Il problema della legge di Bilancio approvata mercoledì dal Consiglio dei ministri non è tanto stabilire se le singole misure siano giuste o sbagliate.
La questione è la mancanza di un disegno generale, una strategia capace di dare una direzione all'economia italiana nei mari perigliosi del contesto internazionale.
Il Governo Meloni ha rinunciato da tempo a utilizzare la politica di bilancio per alimentare la crescita e favorire la giustizia sociale.
Preferisce distribuire risorse in una molteplicità di interventi di portata limitata, 6 miliardi per misure una tantum, destinati a questa o quella categoria. Per poter dire, in campagna elettorale, qualcosa per voi lo abbiamo fatto.
Questa impostazione ha come primo effetto quello di consolidare tutta una serie di storture. A partire dalla disparità di trattamento tra contribuenti che percepiscono redditi analoghi, ma vengono tassati in maniera molto diversa a seconda della loro provenienza.
Per lavoratori dipendenti e pensionati, la manovra prevede infatti una modesta riduzione dell'IRPEF sui redditi superiori a 50mila euro, con un beneficio tra gli zero e i 500 euro annui.
Per i lavoratori autonomi, invece, viene innalzata da 85mila a 100mila euro la soglia di accesso al regime forfettario, che prevede una tassazione sostitutiva del 15 per cento.
Un vantaggio ben più consistente rispetto a quello riconosciuto ai lavoratori dipendenti, anche perché il regime forfettario esclude il pagamento delle addizionali regionali e comunali.
Senza dimenticare che sui lavoratori soggetti a IRPEF si è aggiunto in questi anni il peso del cosiddetto drenaggio fiscale: gli aumenti nominali degli stipendi legati all’inflazione hanno visto crescere il prelievo fiscale, vanificando quindi quegli aumenti.
Ma con la manovra di bilancio a perdere terreno sono anche i pensionati. Il taglio alla rivalutazione delle pensioni aggrava ulteriormente la perdita di potere d'acquisto subita negli ultimi anni. Anche una piena indicizzazione degli assegni all'inflazione non sarebbe bastata a recuperare quanto perso. Il Governo, invece, sceglie di ridimensionare anche questa tutela.
Il risultato non è solo un sistema fiscale sempre più diseguale, tra redditi alti e redditi bassi, tra contribuenti con redditi simili. L’effetto di questo procedere per interventi isolati, senza una revisione organica e coerente del sistema tributario, è che la pressione fiscale continua a crescere per tutti quanti.
Nel 2026 si è attestata oltre al 43 per cento del PIL rispetto al 41,5% di inizio legislatura. Altro che destra che taglia le tasse.
Ma se il quadro è deludente per lavoratori e pensionati, lo è ancora di più per i giovani. Il Governo annuncia piccoli vantaggi fiscali e sulle assunzioni, ma non affronta le cause profonde che rendono così difficile costruirsi un futuro in Italia.
Non c'è una risposta adeguata all'emergenza abitativa che colpisce gli studenti universitari e i giovani lavoratori. Non c'è un investimento sufficientemente ambizioso nella ricerca e nelle retribuzioni dei dottorandi. Eppure, negli ultimi anni, 161mila giovani italiani si sono trasferiti all'estero: un'emorragia di competenze, energie e opportunità che non può certo essere arrestata con qualche piccolo incentivo fiscale.
A sollevare interrogativi è anche il modo in cui le misure vengono finanziate.
Il Governo conta di recuperare oltre 5 miliardi di euro dal settore bancario e assicurativo. Una scelta che può apparire condivisibile alla luce dei profitti realizzati dagli istituti finanziari, ma che presenta rischi da non sottovalutare. Il primo è che una parte dei maggiori oneri venga trasferita sui clienti, attraverso un aumento dei costi dei servizi bancari. Il secondo riguarda soprattutto gli istituti più piccoli e le banche del territorio, comprese quelle cooperative, la cui capacità di sostenere famiglie e piccole imprese potrebbe risentirne.
A queste risorse si aggiungono circa 700 milioni provenienti dal settore dei giochi. Anche qui emerge una contraddizione non di poco conto: mentre si dovrebbe rafforzare il contrasto alla dipendenza dal gioco d'azzardo, lo Stato continua a considerare questo settore una fonte importante di entrate.
Insomma, è una manovra che da una parte fa credere di distribuire benefici e dall'altra recupera risorse che, direttamente o indirettamente, possono tornare a gravare sugli stessi cittadini.
Un’operazione di natura contabile, nella quale ciò che viene concesso da una parte rischia di essere recuperato dall'altra.
Altro che qualcosa per qualcuno. In realtà, nulla per il futuro del Paese.