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Schlein: non faremo alla destra il favore di dividerci

04 Settembre 2026

Intervista a Elly Schlein su "l'Espresso"

Con il record di longevità alla guida del Pd, la segretaria rivendica le ragioni dell’Alleanza. Confida su un programma condiviso. A partire, dice, dalle molte proposte che abbiamo sostenuto insieme: lavoro, sanità, scuola e diritti. «Su Gaza siamo in sintonia. E anche su Kiev ci intenderemo».

Colloquio con Elly Schlein di Emilio Carelli – L’Espresso, 4 settembre 2026

Elly Schlein in questi giorni è diventata la segretaria più longeva del Pd, battendo il primato di Bersani. Qual è il bilancio della sua segreteria? Com’è cambiato il Pd sotto la sua guida?

«Abbiamo riportato il partito dove la nostra gente se lo aspetta, cioè tra le persone, nelle piazze, davanti alle fabbriche, davanti ai luoghi di cura, ma pure nei comuni piccoli delle aree interne, nelle aree montane che si sono sentite lontane e abbandonate dai luoghi dove si decide. Abbiamo poi ricostruito una identità progressista solida a partire dai fondamentali costituzionali: salari, casa, lavoro, sanità, scuola pubblica. Lavorando tutti insieme abbiamo ridato ai nostri militanti quello che ci chiedevano: l’unità del partito e l’unità dell’alleanza progressista che, quando sono stata eletta dopo la sconfitta del 2022, non c’era più. Infine siamo riusciti anche a risanare il bilancio chiudendo il migliore degli ultimi 15 anni e tirando fuori i nostri dipendenti dalla cassa integrazione».

Qual è oggi, concretamente, l’idea di Paese che il Pd propone in alternativa a Giorgia Meloni e qual è la prima cosa che cambierebbe se arrivasse a Palazzo Chigi?

«Meloni si è chiusa nel palazzo, non ascolta il Paese e si prepara proprio in questi giorni ad autocelebrarsi. Ma mentre lei festeggia l’Italia no, l’economia è ferma, abbiamo la crescita a zero, nonostante il Pnrr di questi anni, che però ora finisce. Abbiamo avuto tre anni di calo di produzione industriale quasi consecutivi e abbiamo salari tra i più bassi d’Europa, col costo dell’energia più alto. L’unica priorità di Meloni è cambiare la legge elettorale per provare a garantirsi la rielezione.

Ritengo che i primi interventi per ridare fiato al Paese debbano essere destinati ad abbassare il costo dell’energia e a introdurre un salario minimo per 4 milioni di lavoratori che sono poveri anche se hanno un lavoro. Come Pd abbiamo già sviluppato, ascoltando il mondo sindacale e produttivo, la nostra strategia per la crescita nel medio e lungo periodo. Accelerare le rinnovabili, ad esempio, a cui questo governo ha fatto una guerra ideologica, avrebbe anche l’effetto di abbassare il prezzo dell’energia per imprese e famiglie, ma anche migliorare la qualità del lavoro, dei salari e della formazione senza la quale non possiamo guidare la doppia transizione ecologica-digitale.

Con le altre opposizioni abbiamo proposto di adottare il modello della Zes unica su tutti gli investimenti in transizione ecologica e digitale non soltanto al Sud, ma in tutta Italia. Infine, partendo dalla stima di 1700 miliardi di risparmi degli italiani dormienti, riuscire a canalizzare una parte di quel risparmio privato verso il sostegno all’economia reale e alle piccole e medie imprese».

Liste d’attesa e crisi della sanità: il Pd propone più risorse. Dove le troverete e quale sarebbe il rapporto, nel suo modello, tra sanità pubblica e privata?

«Da quando Meloni è a Palazzo Chigi la spesa sanitaria sul Pil è sempre scesa fino ai minimi storici degli ultimi 15 anni. Sono dati del governo, non sono dati del Pd. La spesa sanitaria è scesa fino alla soglia del 6% del Pil, che peraltro è la soglia che l’Oms denuncia come rischio di insostenibilità del sistema. Risultato: sono aumentate da 4,5 milioni a 6 milioni le persone che rinunciano a curarsi perché non se lo possono permettere o perché le liste d’attesa sono troppo lunghe.

Abbiamo presentato insieme alle altre opposizioni emendamenti, indicando le coperture necessarie per investire 3 miliardi in più all’anno per assumere medici e infermieri che mancano nei reparti e in questo modo abbattere le liste d’attesa. Il governo ha detto no preferendo riformare l’Irpef, mettendo, quando va bene, 15 euro al mese in busta paga che però non aiutano una famiglia che poi deve pagarne duecento per una visita specialistica. Le coperture ci sono, le risorse non sono infinite, ma bisognerebbe scegliere di investire nella sanità pubblica, cosa che la destra non fa.

E così ha preso molto spazio la sanità privata. Ma la sanità è un bene comune e non può essere lasciata a logiche di mercato. La sanità del futuro è quella del territorio, aumentare l’assistenza domiciliare e le case di comunità, investire sulla non autosufficienza e la salute mentale».

Lei ha accusato il governo e il ministro dell’Istruzione Valditara di penalizzare la scuola pubblica con tagli, stipendi bassi e riforme repressive. Qual è la sua idea di scuola e istruzione?

«Un Paese che non crede nella sua scuola, non crede nel suo futuro e questo governo ha fatto tagli enormi sull’istruzione. Lo dicono le manovre. In quella del 2025 avevano operato un taglio di 6.000 insegnanti e di 2.000 nel personale tecnico. Nella legge di Bilancio 2026 hanno fatto altri 600 milioni di tagli.

E poi c’è un taglio di cui non si parla mai abbastanza perché l’hanno nascosto dietro un nome tecnico: il “dimensionamento” scolastico, che vuol dire rubare autonomia scolastica proprio alle aree più marginalizzate, dove invece bisognerebbe incentivare, pagando meglio gli insegnanti, ad andare, perché altrimenti le diseguaglianze aumenteranno. E chi sta pagando più alto il prezzo di questi tagli sono soprattutto il Sud, le periferie e le aree interne.

Inoltre con le follie ideologiche di Valditara si favorisce un modello autoritario, repressivo e di controllo, che arriva a vietare l’educazione al rispetto e alle differenze, che invece sarebbe l’unico vero modo per prevenire il bullismo e la violenza di genere. Per noi l’educazione al rispetto, all’affettività e alle differenze dovrebbe essere resa obbligatoria in tutti i cicli scolastici. Proponiamo anche di rendere gratuiti i libri di testo, le mense e il trasporto scolastico per chi non può permetterseli».

Il governo guidato da Schlein sarà “amico dei giovani”? Cosa propone per evitare alle nuove generazioni un futuro basato sulla precarietà economica e sull’assenza di prospettive?

«Innanzitutto di smetterla col paternalismo insopportabile con cui la politica guarda ai giovani. Non sono il nostro futuro, sono già il nostro presente e devono prendersi voce e spazio anche in politica e in questo senso mi sono mossa in questi anni. Molte le proposte concrete già depositate e nate proprio dal confronto coi giovani: da quella sugli affitti brevi, al salario minimo, al divieto di stage extracurriculari gratuiti.

Ai nostri laureati troppo spesso viene offerto uno stage gratuito. Come fai a costruirti un futuro? Come fai a uscire di casa e pagarti un affitto? Come fai a costruirti una famiglia? Sul voto fuorisede continueremo una grande battaglia insieme a tutte le altre opposizioni.

Faremo come Sanchez in Spagna che ha fatto sedere al tavolo imprese e sindacati e concordato una drastica riduzione dei contratti precari. La ricetta progressista spagnola ha consentito, tra il 2023 e il 2025, di crescere del 9,2%, quattro volte in più del nostro Paese. Hanno aumentato il salario minimo che già lì esiste e qui no. Hanno fatto una vera politica industriale, a partire dall’abbattere i costi dell’energia. E naturalmente hanno speso bene e in fretta con i territori i soldi del Pnrr. Servirà un grande sforzo, ma dobbiamo rendere l’Italia un Paese per giovani».

Esiste un legame inscindibile tra giustizia climatica e giustizia sociale? Quanto la difesa dell’ambiente e la transizione ecologica sono priorità nella sua agenda politica?

«Altissime e nella nostra visione giustizia sociale e climatica stanno insieme perché l’emergenza climatica colpisce tutti, ma colpisce molto più duramente le persone che sono già più povere e più impoverite dalle crisi e dalle guerre. Ho chiesto alle altre forze della nostra alleanza progressista di fare dell’azione climatica una priorità del programma comune, perché dobbiamo agire con urgenza anche rispetto ai quattro anni buttati dal governo Meloni senza fare nulla.

Non aiuteremo imprese, agricoltura e famiglie negando l’emergenza climatica ma solo se mettiamo in campo una strategia e tutte le risorse che servono, con l’aiuto dell’Unione Europea, per accompagnarli nei cambiamenti necessari. Le ondate di calore di quest’anno hanno causato in Europa 35.000 morti premature. Pensiamo poi alla tragedia del Nepal.

Ne abbiamo discusso con un network di 120 scienziati ambientalisti che si sono rivolti a noi leader delle forze progressiste per lavorare insieme per sbloccare un potenziale che può portare nel Paese lavoro di qualità e buona impresa, soprattutto al Sud. Però non basta neanche questo: ciò che serve, ed è mancato, è una politica industriale che accompagni e incentivi la decarbonizzazione dei processi e l’elettrificazione dei consumi, una legge contro il consumo di suolo, puntare su economia circolare, mobilità e agricoltura sostenibile e un piano di prevenzione del dissesto».

Il Pd ha costruito una parte importante della propria identità su diritti civili, parità di genere, contrasto alla violenza sulle donne e politiche ambientali. Come evitare che queste battaglie vengano percepite da una parte dell’elettorato come priorità culturali lontane dai problemi materiali di chi fatica ad arrivare a fine mese?

«Per noi i diritti sociali e civili sono inscindibili ed è sbagliato farne gerarchie. Di solito le fa chi ha un problema con gli uni o con gli altri, o a volte anche con tutti e due. Noi abbiamo ricostruito l’identità del Partito Democratico su come migliorare la qualità della vita delle persone e le loro condizioni materiali che sono fatte di diritti sociali e di diritti civili.

Noi siamo ripartiti dal diritto alla salute, alla casa, a un salario dignitoso, a un lavoro stabile, sapendo perfettamente che chi viene discriminato è anche una persona che lavora, che fa impresa e che paga le tasse, ma essendo discriminato per ciò che è, fa più fatica a trovare e tenere il lavoro, ad avviare l’impresa o accedere ai servizi che paga come tutti con le tasse. Il faro è la nostra Costituzione che non fa distinzione, che all’articolo tre parla di eguaglianza formale e sostanziale. Dovere della Repubblica è rimuovere gli ostacoli, dovere della sinistra è dimostrare che gli ostacoli non sono gli stessi per tutte e tutti».

Lei insiste sul fatto che prima venga il programma e poi la leadership. Ma quanto è davvero possibile costruire una coalizione competitiva mettendo insieme Pd, Movimento 5 Stelle, Avs e le forze di centro, quando su questioni decisive le distanze restano profonde?

«Abbiamo ricostruito pazientemente un’alleanza progressista che nel 2022 non esisteva più. In questi tre anni e mezzo abbiamo costruito proposte unitarie su sanità, scuola, lavoro, politica industriale, diritti e democrazia. Anche sulla politica estera abbiamo fatto insieme mozioni e manifestazioni. Che ci siano differenze è normale, ma abbiamo già dimostrato che siamo in grado di fare sintesi.

Non partiamo da zero, affineremo questo programma a partire dalle tante proposte unitarie che abbiamo presentato. La prima è quella sul salario minimo: rafforzare i contratti collettivi per spazzare via i contratti pirata che producono solo precari. L’altra, a cui tengo molto perché a mia prima firma, è quella sul congedo paritario, che già esiste nei Paesi del Nord, in Spagna e ne stanno discutendo anche in Francia.

Immagini un Paese in cui quando ti nasce un figlio hai cinque mesi di congedo paritario pagato al 100% per entrambi i genitori, non soltanto per le madri, ma anche i padri. Aiuterebbe contro la denatalità e favorirebbe l’occupazione femminile a cui inspiegabilmente la destra ha detto no. Abbiamo moltissime proposte condivise che insieme tracciano una visione comune. E da settembre lavoreremo per affinare il programma condiviso».

Resta il nodo della politica estera, il più difficile da sciogliere. Il Pd considera il sostegno all’Ucraina un punto fondamentale, il Movimento Cinque Stelle, invece, ha assunto una posizione critica sul sostegno militare a Kiev. Ecco, su questo tema c’è un limite oltre il quale l’Alleanza sarà in difficoltà?

«Ne discuteremo e faremo sintesi anche su questo. Anche al governo del resto ci sono forze politiche che hanno tre posizioni diverse. Noi del Campo Progressista abbiamo saputo trovare l’unità su moltissime questioni di politica estera. Ad esempio, tutta l’alleanza progressista – e anche Azione – ha firmato la mozione contro la partecipazione del Governo al Board of Peace di Trump, che non sta lavorando davvero per la pace a Gaza dove si continua a morire.

Siamo d’accordo sulla richiesta di riconoscimento immediato di uno Stato di Palestina accanto a quello di Israele e abbiamo fatto una grandissima manifestazione insieme al Movimento cinque Stelle e ad Avs, in cui ci siamo trovati con 300.000 persone per la solidarietà a Gaza e abbiamo fatto risoluzioni condivise in Parlamento anche contro l’ultima guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu.

Ci sono ancora delle differenze, certo, in particolare sull’Ucraina. Noi abbiamo sempre sostenuto la sua difesa, ma abbiamo anche chiesto un’iniziativa diplomatica e politica europea. L’Europa nasce come progetto di pace, non può lasciare il campo alle ambigue telefonate tra Putin e Trump. Per questo sosteniamo l’idea che per contribuire a una pace giusta per l’Ucraina serva un unico negoziatore europeo».

Però Putin lo rifiuta perché dice che l’Europa è di fatto coinvolta nel conflitto e non può negoziare.

«Putin e Trump non possono escludere l’Ucraina e l’Europa da questa discussione. Io, che sono una federalista europea convinta, dico che dobbiamo riuscire a trovare una voce sola e forte dell’Europa. Anche sulla politica estera. Perché altrimenti rischiamo di venire messi ai margini dalle grandi potenze che ci circondano e che hanno un interesse comune a indebolire l’Unione europea.

Un’altra cosa che unisce fortemente il campo progressista è la difesa del diritto internazionale e delle sedi multilaterali, perché la destra nazionalista in tutto il mondo sta prendendo a picconate il diritto internazionale e il multilateralismo cooperativo, con un chiaro obiettivo: sostituire il diritto internazionale con la legge del più ricco e del più forte. Non glielo consentiremo».

Quindi lei sul discorso Ucraina è ottimista, pensa che con Conte troverà un punto di incontro?

«Siamo fiduciosi che discuteremo con tutte le forze dell’Alleanza progressista e troveremo l’accordo su tutto».

Dopo quasi quattro anni di governo della destra, qual è secondo lei il principale errore politico compiuto dall’opposizione? E che cosa avrebbe dovuto fare il Pd in questi anni per conquistare non soltanto gli elettori già progressisti, ma anche una parte di quelli che nel 2022 votarono Meloni o si astennero?

«Io credo che la destra nel 2022 abbia potuto vincere anche a causa delle divisioni del nostro campo e quindi quello che posso dire è che la strada che abbiamo percorso in questi tre anni, testardamente unitaria, è la garanzia che non faremo più alla destra il favore di dividerci».

Quali devono essere per voi le regole delle primarie? Individuare prima principi e valori? Aperte a chiunque, anche online, senza preregistrazioni?

«Prima il programma, sapendo che non si parte da zero ma dalle tante proposte unitarie che abbiamo costruito, poi con gli alleati definiremo tutto il resto».

Un turno o doppio turno? E quando si faranno queste primarie secondo lei?

«Ripeto prima il programma poi con gli alleati definiremo tutto il resto. Come ho sempre detto, o l’accordo che guida chi prende un voto in più, o primarie cui sono sempre stata disponibile».

Perché gli italiani dovrebbero dare fiducia a questo progetto?

«Perché stiamo dimostrando nei fatti e dove governiamo che l’unico interesse è quello di migliorare la qualità della vita delle persone. Dopo vent’anni possiamo portare un’alleanza progressista a vincere e fare esattamente ciò che dice. E dopo quattro anni di disastri della destra è già una buona ragione per tornare a credere nella politica e ridarci insieme una speranza».


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