L’8 agosto 1991, esattamente 35 anni fa, la Vlora entrava nel porto di Bari con a bordo circa ventimila albanesi in fuga da un Paese che per decenni era stato tra i più chiusi e isolati d’Europa. Una nave stracolma all’inverosimile. Migliaia di persone ammassate ovunque. E una città che, nel giro di poche ore, si trovò davanti a qualcosa che non aveva mai affrontato prima.
Come evitare il caos? Come accogliere e assistere migliaia di persone? Come impedire che un’emergenza di quelle dimensioni diventasse una tragedia umanitaria? Bari rispose. Lo fece con tutte le difficoltà e le contraddizioni di quei giorni, ma anche con una straordinaria mobilitazione della città e dei suoi cittadini. E lo fece soprattutto grazie all’umanità e al coraggio del sindaco Enrico Dalfino, che si oppose alla scelta di rinchiudere quelle persone nello Stadio della Vittoria e alla logica dello «stadio-lager». Per quella posizione l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga arrivò a definirlo pubblicamente un «cretino».
Dalfino aveva detto una cosa molto più semplice: erano persone. Persone disperate. Quell’immagine è rimasta nella memoria collettiva anche perché segnò l’irruzione di un fenomeno che negli anni successivi avrebbe assunto dimensioni e caratteristiche completamente diverse. Trentacinque anni dopo, la crisi di Ceuta ci ricorda quanto l’immigrazione sia diventata una delle questioni decisive per l’Europa e quanto possa essere utilizzata anche come strumento di pressione politica nei confronti di uno Stato e dell’intera Unione.
Proprio per questo, la decisione del governo italiano di trasformare la crisi migratoria di Ceuta in un braccio di ferro con la Spagna è grave e politicamente miope. Qui non si tratta di sottovalutare la crisi migratoria. È esattamente il contrario: proprio perché l’immigrazione è una questione seria, complessa e strutturale, non può essere affrontata con una bandierina elettorale sempre in mano. Ancor di più quando quanto accaduto a Ceuta appare il frutto di una precisa strategia di pressione contro la Spagna e, attraverso di essa, contro l’Europa.
Davanti a tutto questo, Giorgia Meloni si è mossa più da leader di partito, impegnata a contenere la concorrenza alla sua destra, che da Presidente del Consiglio. Come se a guidare le scelte del governo fosse più la preoccupazione per le prossime elezioni che quella per il futuro dell’Europa. È una rincorsa pericolosa. Perché mentre si cerca di non lasciare spazio a Vannacci, si sacrificano gli interessi dell’Italia e si mette in discussione uno dei pilastri dell’integrazione europea: la libera circolazione nello spazio Schengen.
Del resto, non è la prima volta che Meloni sceglie lo scontro con un importante partner europeo per alimentare una narrazione politica interna. Il rapporto con Emmanuel Macron è stato a lungo segnato da tensioni e polemiche. Poi, quando gli equilibri internazionali sono cambiati, è cominciato il disgelo: nel giugno 2025 Macron è stato ricevuto a Roma per un lungo bilaterale dedicato al rafforzamento del coordinamento tra Francia e Italia; nel giugno di quest’anno il riavvicinamento si è ulteriormente consolidato con il vertice di Antibes.
Nel mezzo c’è stata la scommessa di Meloni sul rapporto privilegiato con Donald Trump: la teoria dell’Italia come ponte tra le due sponde dell’Atlantico, clamorosamente naufragata di fronte agli attacchi del Presidente americano e a una politica volutamente punitiva nei confronti degli storici alleati europei.
La politica estera, però, non può funzionare come una sequenza di conflitti nella speranza che questi alimentino i numeri dei sondaggi. Non si può prima trasformare Macron nell’avversario utile a rafforzare il proprio racconto politico, poi immaginare di poter fare a meno dell’asse con Parigi grazie a un rapporto privilegiato con Trump e infine riscoprire precipitosamente la necessità di Francia ed Europa quando quella scommessa si rivela fallimentare.
Oggi, con Pedro Sánchez, si rischia di assistere allo stesso copione. Si apre uno scontro, si alzano i toni, si rivendica di non accettare «ultimatum», si costruisce l’immagine del governo che non prende lezioni da nessuno. Nel frattempo, però, sono i cittadini italiani a ritrovarsi sottoposti a nuovi controlli negli aeroporti e nei porti spagnoli.
Un grande Paese europeo non dimostra la propria autorevolezza litigando a turno con i propri partner. La dimostra riuscendo a costruire alleanze, governare i fenomeni e difendere i propri interessi all’interno dell’Unione europea. E sull’immigrazione questo vale ancora di più. Servono una politica europea comune, accordi con i Paesi di origine e di transito, controllo delle frontiere, canali regolari e una vera condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri. Tutto il resto è purtroppo soltanto propaganda.