Registrati

Privacy

Informativa ai sensi dell'art. 13 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. La raccolta e il trattamento dei dati sono effettuati limitatamente ai fini connessi alla gestione operativa e amministrativa del servizio. I dati sono trattati con strumenti informatici e telematici e non saranno comunicati a terzi. Il titolare del trattamento \xE8 AreaDem.
* Acconsento al trattamento dei miei dati personali
Log in

 
Registrazione al sito - Login al sito

Badinjki: non confondere i terroristi con l'intera comunita' islamica

04 Agosto 2026

Intervista ad Abdullah Badinjki su "il Cittadino"

«Il fenomeno non è più legato a organizzazioni, ma a singoli radicalizzati. Per questo è più frammentato e più difficile da leggere»

di Emiliano Cuti

Nessuna colpa collettiva, nessuna scorciatoia politica: il terrorismo punta a dividere, e dopo ogni attentato prova a trascinare dentro il sospetto anche chi non c’entra nulla. È il ragionamento di Abdullah Badinjki, assessore paullese di 38 anni, nato a Milano da famiglia siriana e di fede musulmana, che ha scelto di prendere posizione con un lungo intervento dopo le stragi e le nuove tensioni seguite agli attacchi in Europa.

Badinjki parte da qui: dalla ferita che si riapre ogni volta che un fanatico colpisce in nome dell’Islam. «Ogni musulmano si sente quasi chiamato a giustificarsi», osserva in sostanza, ricordando che la condanna deve essere netta ma senza trasformarsi in accusa contro un’intera comunità. Per lui il punto non è difendere l’Islam in astratto, ma respingere un meccanismo preciso: quello che confonde il criminale con milioni di cittadini integrati. Proprio come lui, che è assessore a Paullo, che condanna senza se e senza ma ogni forma di terrorismo.

Un terrorismo in trasformazione. Non più organizzazioni strutturate e regie centralizzate, ma singoli individui che si radicalizzano in modo improvviso, talvolta dentro fragilità personali e psichiatriche. Un fenomeno più frammentato, dunque, e «proprio per questo più difficile da leggere se lo si affronta con slogan».

La risposta, per Badinjki, non può essere solo repressiva. Servono intelligence, cooperazione internazionale, prevenzione. Ma serve anche altro: «Cultura, formazione, dialogo». Le comunità islamiche, sostiene, hanno «il dovere di discutere di estremismo, di educare i giovani, di formare imam capaci di stare dentro la società italiana e non ai margini di essa».

Non manca la critica alla politica che usa l’equazione Islam-terrorismo come strumento di contrapposizione. E rilancia invece la strada dell’intesa prevista dalla Costituzione: «Un ponte istituzionale tra Stato e Islam italiano, per rendere più solida la convivenza e più debole la propaganda degli estremisti».

In fondo, è questo il punto: se il terrorismo cerca fratture, la risposta più forte è tenerle insieme.


Commenta... oppure


torna su

Agenda

DoLuMaMeGiVeSa

Rassegna stampa