In quel 2 giugno del 1946, la percentuale delle partecipanti al voto fu altissima, smentendo le previsioni sulla scarsa fiducia nell’interesse delle donne per le questioni istituzionali.
Quest’anno celebrare l’ottantesimo anniversario del voto alle donne è stata sicuramente un’occasione per ricordare, con forza e gratitudine, l’eredità di entusiasmo e responsabilità civica che quelle donne ci hanno lasciato. Ma dall’altro dobbiamo raccogliere la sfida attuale di recuperare fiducia, abbattere ostacoli strutturali e rendere la rappresentanza femminile efficace e visibile.
A ottant'anni dal primo ingresso delle donne nei seggi elettorali italiani, l'interesse femminile per il voto e per la politica non è mai stato così basso.
Se oggi analizziamo i dati, l’astensionismo nelle ultime elezioni ci restituisce una fotografia nitida e al contempo preoccupante: l’astensionismo in Italia non è solo in crescita, ma sta subendo una profonda “femminilizzazione”. Le donne votano meno degli uomini e sono meno rappresentate in Parlamento. Il partito del “non voto” è sempre più donna; c’è una fuga silenziosa dalla sfera pubblica.
Non si tratta di una semplice apatia, ma di una rinuncia silenziosa e strutturale dettata da condizioni materiali. Dalla conciliazione dei tempi di vita e lavoro con gli oneri di cura, ancora prevalentemente affidati alle donne, che ne limitano tempo e disponibilità per partecipare, alla disillusione e sfiducia: molte donne esprimono una percezione di scarsa rappresentanza e di lontananza delle istituzioni rispetto ai loro bisogni concreti. Quando le politiche pubbliche non rispondono a questioni chiave come welfare, servizi per l’infanzia e conciliazione, cresce il senso che il voto non produca cambiamenti reali.
La nostra visione, attraverso le proposte dell’agenda femminista, ci permetterà di riannodare il rapporto di fiducia con le donne del Paese. Un’agenda nella quale il lavoro non sia separato dalla cura, la cura dal welfare, il welfare dalla salute, la salute dai corpi, i corpi dall’autodeterminazione, l’autodeterminazione dalla libertà dalla violenza e la violenza dalla dipendenza economica.
Una proposta politica che tenga insieme tutti i temi, non un capitolo aggiuntivo del programma progressista, ma uno sguardo che permea tutte le politiche, attraverso cui il programma progressista acquista credibilità, coerenza e capacità trasformativa.
Celebrare il 1946 non significa solo ricordare un giorno; significa rinnovare l’impegno, il nostro impegno come forza progressista, affinché ogni donna trovi motivi concreti per votare, per candidarsi, per assumere responsabilità pubbliche — così che l’eredità delle donne che ci hanno preceduto diventi forza viva nella democrazia di oggi.