Un volume completo e ben scritto come quello di Tino Iannuzzi e Alberto Losacco merita una lettura attenta e approfondita. È un testo ricco di date, di documenti e di testimonianze.
Alcuni dei momenti descritti dagli autori li ho vissuti direttamente, avendo militato nella cosiddetta sinistra DC.
Penso, in particolare, al congresso della svolta di Agrigento, celebrato nel 1983, in una Sicilia insanguinata dai delitti di mafia. In quell'assise, alla quale partecipò anche Sergio Mattarella, fu messo alla porta il potente Vito Ciancimino.
Penso anche ai convegni estivi che si sono tenuti a Lavarone, in Trentino, tra la fine degli anni Ottanta e i primi degli anni Novanta.
Tra i protagonisti di questi incontri ricordo Beniamino Andreatta, Ciriaco De Mita, Guido Bodrato, Sergio Mattarella e Rino Nicolosi.
In questa mia breve presentazione mi limiterò ad alcune considerazioni di carattere generale dicendo, innanzitutto, che sono tra quelli che, come Igino Giordani (articolo sul Popolo Veneto del 18/01/1923, in polemica con Papini), vedono nel popolarismo sturziano "la migliore traduzione politica dei principi cristiani".
Tino Iannuzzi e Alberto Losacco descrivono, con estrema chiarezza, la profondità, la visione politica e lo stile di vita di Aldo Moro.
I due autori hanno fatto uscire lo statista pugliese dal "martirio cruento" per conservarne fedeli, e senza alcuna alterazione, la concezione politica, la lungimiranza delle scelte e il valore di un leader di straordinaria attualità.
Il ritrovamento di alcune tesi di laurea, che Moro avrebbe dovuto discutere in quella tragica mattinata, ci fa già capire la coerenza che c'era tra la sua azione politica e l'amore per i giovani.
La lezione di Aldo Moro è oggi più viva che mai.
Moro è attuale, ma non è di moda. Ed è meglio così, perché le mode passano, mentre chi, invece, è attuale rimane sempre.
La lezione morotea può ancora offrire contenuti di illuminante contemporaneità. Le sue attività istituzionali e politiche sono sempre state ancorate ad una concezione del cristianesimo strettamente collegata con la giustizia e con una difesa intransigente dei valori etici.
Per Moro il cattolicesimo democratico non era una corrente organizzata, ma uno stile di vita, un modo di immaginare e costruire il rapporto tra l'ispirazione religiosa e l'impegno politico.
Nel libro di Tino Iannuzzi e Alberto Losacco sono ricordati due momenti che mi piace qui richiamare: l'ultima lettera di Moro alla moglie, capolavoro di un'emozionante testimonianza di amore e di visione cristiana della vita, e le parole pronunciate dal Capo dello Stato Sandro Pertini nel suo discorso di insediamento.
I due autori indicano il 1968 come data di nascita del gruppo dei morotei.
Tra i rappresentanti delle varie regioni viene indicato, per la Sicilia, Piersanti Mattarella, definito "l'amico di maggior levatura politica".
Mi sembra interessante approfondire questa affermazione. Molti studiosi sostengono che quando Moro venne rapito e poi assassinato avesse già scelto Piersanti Mattarella come suo erede politico. A lui aveva deciso di consegnare le chiavi del "gruppo moroteo" – gruppo e non corrente.
Moro non volle mai organizzare una corrente. La stessa Tina Anselmi, in un'intervista al quotidiano Il Giorno del 20 ottobre 1978, ha dichiarato: "Noi non possiamo e non dobbiamo costituirci in corrente. Il nostro gruppo deve essere una casa che ha sempre le porte aperte, dove ognuno può entrare senza bussare e uscire senza salutare".
Forse anche per questo la nostra consistenza congressuale non superò mai il dieci per cento.
Moro scelse Mattarella prima per il Consiglio Nazionale e poi per la Direzione della DC per le molte ragioni politiche ed umane che li univano. Quando Moro, ad esempio, intuì che il centro-sinistra aveva esaurito la stagione delle riforme, Mattarella decise di trasferire questa scelta anche a Palermo.
I motivi di armonia, di intenti, di visione e di indirizzi che legano Mattarella a Moro sono tanti. Basti pensare solamente al modo di intendere la Fede, alla loro capacità di prendere decisioni rapide ed efficaci, alla loro dote di agire in anticipo nei confronti dei possibili scenari politici futuri, alla concezione del potere come servizio alla comunità. Entrambi sono cresciuti nell'Azione Cattolica e nella Fuci.
La novità e modernità dei contenuti delle proposte di Aldo Moro non possono essere disgiunte dalla ricerca democratica del consenso di forze politiche escluse per lungo tempo dagli schieramenti di maggioranza: ed è, soprattutto, su questo punto che l'esperienza a livello regionale di Piersanti Mattarella si collega strettamente all'iniziativa di Aldo Moro per una svolta di solidarietà nazionale.
Non è questa l'occasione per analizzare il parallelismo tra le due esperienze, quella nazionale e quella siciliana, ma se una differenza può cogliersi, essa riguarda il carattere meno emergenziale e meno eccezionale che Piersanti attribuiva alla collaborazione con il Partito Comunista.
Tutte le scelte di Moro sono state sempre a lungo meditate ed anche ostacolate.
Penso alle critiche che non fecero mancare molti vescovi. "La Fede è stata una luce essenziale, mai esibita con ostentazione, che ha segnato tutte le scelte di Moro". Partendo da qui e dal rapporto che aveva con la sua famiglia si possono leggere tutte le varie fasi della sua vita.
Il valore della famiglia e l'importanza che attribuisce alla scuola sembrano gli elementi più evidenti della sua religiosità; ma anche in Moro leader politico, in Moro Costituente, in Moro meridionalista, in Moro politico internazionale si colgono pienamente i suoi principi ispiratori.
Mi pare utile ricordare, in proposito, alcuni temi cari a Moro. Accenno, in particolare, al principio del non appagamento e al limite della politica.
Il principio del non appagamento, come è noto, è un antidoto all'individualismo, alla presunzione e all'immobilismo. Indica l'atteggiamento di non ritenersi soddisfatti dell'esistente e di spingersi verso nuovi obiettivi di crescita e di equità sociale.
Il limite della politica, nel pensiero di Aldo Moro, è perfettamente inserito nella sua ispirazione cristiana.
La politica è importante, ma non può dare risposte sul senso della vita. C'è qualcosa che viene prima, che la fonda, la dirige e la sostiene: l'adesione ad un sistema di valori che caratterizza qualsiasi impegno sociale e politico.
Questo concetto è stato ripreso da Mino Martinazzoli in un volume pubblicato dalla casa editrice Morcelliana.
A questo punto mi sembra opportuno ricordare che tra le riforme promosse da Moro c'è quella della scuola media unificata, con l'abolizione dell'avviamento professionale, quella riguardante la riforma del diritto di famiglia e l'introduzione dell'educazione civica, di cui oggi si avverte un grande bisogno.
Aldo Moro e Piersanti Mattarella, come già detto, avevano la capacità di prevedere gli scenari futuri delle vicende politiche. Basti pensare, ad esempio, che il cosiddetto compromesso storico si è realizzato nel 1978, ma Moro aprì quella pagina dieci anni prima, al Consiglio Nazionale della DC del 21 novembre 1968.
Piersanti Mattarella condivise la scelta del suo leader di aprire una nuova stagione, ottenendo l'appoggio esterno del Partito Comunista al governo regionale.
A Moro piaceva la Sicilia di Piersanti Mattarella delle "carte in regola", non solo perché ribaltava l'idea di una politica intesa come spartizione dei centri di potere, ma perché si legava con la sua idea di assunzione delle responsabilità.
Moro è stato sempre pronto a cogliere ogni segnale di novità che si manifestava nei comportamenti sociali, ma ha sempre mantenuto alcuni elementi fondamentali della sua concezione politica.
Penso, in particolare, alla dimensione popolare della DC, alla difesa del proporzionale e alla continuità democratica del Paese.
Piersanti Mattarella ha avuto modo di conoscere Moro molto presto, poiché il padre Bernardo è stato molto amico dello statista pugliese e ne condivideva il pensiero politico. C'è da pensare che proprio dal padre Piersanti abbia raccolto l'eredità della concezione politica morotea.
Mi piace ricordare anche che il nome di Piersanti gli è stato dato in onore di Pier Giorgio Frassati, il giovane militante dell'Azione Cattolica e del Partito Popolare che fu antifascista intransigente e coraggioso.
Come è noto, Pier Giorgio Frassati è morto a soli 24 anni; è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II e Papa Francesco ne ha recentemente annunciato la santificazione.
"Fu Pietro Mignosi, straordinaria e poco ricordata figura di pensatore cattolico, chiamato dall'amico Bernardo a fare da padrino di battesimo, a suggerire di chiamare il bimbo Piersanti". (Giovanni Grasso, Piersanti Mattarella da solo contro la mafia, Edizioni San Paolo, 2014).
Un altro elemento comune ai due leader (sicuramente il più drammatico) è stato quello della solitudine.
Portarono avanti battaglie politiche che molti non capirono e non sostennero, alcuni per paura della mafia e altri per paura di una modifica degli assetti internazionali. Questo isolamento si avverte ancora, come ha scritto Giorgio Balzoni nel libro Piersanti Mattarella: la persona, il politico, l'innovatore, curato da Antonio La Spina.
Balzoni invita ad avere il coraggio di ammettere che il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con il 9 maggio 1978 e il 6 gennaio 1980.
La sfida più grande di Aldo Moro e Piersanti Mattarella è stata, comunque, quella di aver operato pur sapendo che la loro vita era in pericolo. Ciò è stato possibile soltanto in nome di un'etica pubblica sempre presente in tutte le loro scelte, ma quasi scomparsa nella politica attuale.