Egregio direttore, correttamente sulle pagine del suo giornale ha trovato spazio la prima approvazione alla Camera della Delega al Governo che reintroduce in Italia la produzione di energia da fonte nucleare. Il Governo Meloni presenta i piccoli reattori modulari come la nuova risposta tecnologica che cambierà tutto. Ma guardiamo alla realtà: il citato progetto NuScale, tra i più avanzati negli Stati Uniti, ha visto i costi stimati quasi triplicare, passando da circa 4 a 9 miliardi di dollari, prima di essere definitivamente abbandonato nel 2023. In Occidente, non esiste ancora un singolo impianto commerciale operativo di questa tipologia. L’Epr di Flamanville, ovvero il nucleare di generazione III+, in Francia doveva costare 3 miliardi di euro e doveva essere completato in 6 anni, ne è costato 20 e ha richiesto 15 anni di lavoro. Il nucleare di IV generazione invece rappresenta sì l’evoluzione tecnologica dei reattori a fissione, progettati per massimizzare la sicurezza, ottimizzare l’uso del combustibile e ridurre drasticamente le scorie. Questa tecnologia è però attualmente in fase di sviluppo e prototipazione e verosimilmente sarà forse “commerciale” non prima del 2040.
La delega sul nucleare presenta poi tre gravi criticità: è senza numeri, non contiene infatti alcuna base istruttoria finanziaria, alcuna analisi comparativa tra opzioni energetiche, alcuna quantificazione degli effetti sulla finanza pubblica e sui consumatori; è senza coperture, non chiarisce chi paga il conto del programma nucleare, in quale forma e con quali garanzie per la collettività; non chiarisce tempi e modalità di gestione del nucleare esistente per quanto attiene a decommissioning e deposito nazionale. Se ne parlò senza successo sin dai tempi del Ministro Carlo Calenda al Mise. E già il neo sindaco Venturini dice no a qualsiasi centrale a Venezia o nella sua laguna, arriva così anche il tema non banale dell’accettabilità sociale di questo tipo di impianti.
Le imprese e le famiglie hanno bisogno subito, quelle venete in primis perché più toccate dalle crisi geopolitiche in atto, di un tetto al prezzo del gas e di un piano straordinario di investimenti in sistemi di accumulo dell’energia e di usare gli 8 miliardi dei fondi Ets — il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2 — per completare la transizione e abbassare i costi energetici con le rinnovabili. L’Italia ha destinato a queste compensazioni in media il 5,6% dei proventi dal 2020, contro il 26% della Germania e il 38% della Francia. Segnalo che la Cina l’anno scorso ha aggiunto oltre 430 gigawatt di nuova potenza eolica e fotovoltaica: ha scelto una politica di innovazione e la persegue con costanza. Questa è la vera risposta concreta al caro bollette, il resto è destinato a restare lettera morta per molto tempo.