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Borghetti: il futuro dell'oncologia non aspetta, serve fare di piu'

21 Maggio 2026

Buongiorno a tutte e a tutti, porto il saluto del Consiglio regionale della Lombardia in quanto componente della Commissione Sanità.
Parlare oggi del futuro dell’oncologia significa parlare di una delle aree della medicina che più rapidamente sta cambiando il nostro modo di curare, di organizzare i sistemi sanitari e, soprattutto, di immaginare il rapporto tra innovazione e diritto alla salute.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione straordinaria. Fino a non molto tempo fa, il tumore veniva classificato quasi esclusivamente in base all’organo colpito. Oggi sappiamo che dietro una stessa diagnosi possono esistere malattie profondamente diverse dal punto di vista biologico, genetico e immunologico. Questo cambio di paradigma ha aperto la strada a terapie sempre più personalizzate ed efficaci.
Pensiamo ai checkpoint immunologici: l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento di molte neoplasie, consentendo in alcuni casi risultati impensabili fino a pochi anni fa. Oppure alla genomica, che permette di identificare mutazioni specifiche e di scegliere terapie mirate per il singolo paziente. E ancora, l’intelligenza artificiale, che sta già supportando i clinici nell’interpretazione di immagini diagnostiche, nell’analisi dei dati e nella predizione delle risposte ai trattamenti.
Queste innovazioni non rappresentano soltanto un progresso tecnologico. Rappresentano un cambiamento culturale profondo: stiamo passando da una medicina “standardizzata” a una medicina sempre più precisa, predittiva e personalizzata.
Eppure, proprio qui emerge la vera sfida del presente.
Perché oggi il problema non è soltanto produrre innovazione. Il problema è riuscire a trasferirla rapidamente nella pratica clinica quotidiana, rendendola accessibile a tutti i cittadini in modo equo e sostenibile.
Ed è qui che il tema diventa particolarmente delicato per il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Il modello italiano si fonda su un principio straordinariamente moderno e civile: garantire cure a tutti, indipendentemente dal reddito, dal territorio o dalla condizione sociale. È un valore che dobbiamo difendere con forza. Tuttavia, l’accelerazione dell’innovazione pone interrogativi nuovi e complessi.
Le nuove tecnologie oncologiche hanno spesso costi elevati. Richiedono infrastrutture avanzate, competenze altamente specializzate, capacità organizzative e una continua formazione del personale sanitario. Inoltre, il tempo tra scoperta scientifica e applicazione clinica si è drasticamente ridotto. Questo significa che le organizzazioni sanitarie devono essere in grado di adattarsi molto più rapidamente rispetto al passato.
Il rischio, altrimenti, è duplice.
Da un lato, creare disuguaglianze territoriali, dove alcuni pazienti accedono tempestivamente alle innovazioni mentre altri restano indietro. Dall’altro, mettere sotto pressione la sostenibilità economica del sistema, generando tensioni tra innovazione e universalità delle cure.
Ed è proprio qui che il ruolo delle Regioni diventa decisivo.
Le Regioni rappresentano il livello istituzionale nel quale l’innovazione si traduce concretamente in organizzazione sanitaria, percorsi di cura e accesso reale per i cittadini. Sono chiamate non solo a gestire risorse, ma a guidare il cambiamento.
Le Regioni possono e devono diventare acceleratori dell’innovazione, favorendo la diffusione delle reti oncologiche regionali, investendo nella digitalizzazione, nella condivisione dei dati clinici e nella medicina di prossimità. Possono promuovere modelli organizzativi capaci di integrare ospedale, territorio, ricerca e assistenza domiciliare, riducendo frammentazioni e tempi di accesso alle cure.
Ma soprattutto, le Regioni hanno la responsabilità di garantire uniformità. In un sistema sanitario universalistico, il luogo di nascita o di residenza non può determinare la qualità o la rapidità delle cure oncologiche disponibili. L’innovazione non deve creare “oncologie di serie A e di serie B”.
Per questo servono governance forti, programmazione sanitaria lungimirante e capacità di valutare rapidamente l’impatto delle nuove tecnologie, non soltanto in termini clinici, ma anche organizzativi ed economici. Serve investire nella formazione dei professionisti, nell’attrazione di competenze e nella costruzione di ecosistemi regionali in grado di collaborare con università, centri di ricerca e industria.
L’intelligenza artificiale, ad esempio, potrà avere un ruolo decisivo non solo nella diagnosi, ma anche nella gestione organizzativa: riduzione dei tempi di attesa, ottimizzazione delle risorse, maggiore appropriatezza prescrittiva e supporto alle decisioni cliniche. Ma perché questo accada, occorre accompagnare l’innovazione tecnologica con innovazione organizzativa e culturale.
In altre parole, il futuro dell’oncologia non dipenderà soltanto dalla qualità della ricerca scientifica. Dipenderà dalla capacità dei sistemi sanitari — nazionali e regionali — di trasformare rapidamente le conquiste scientifiche in benefici concreti, accessibili e sostenibili per tutti.
Ed è proprio questa la grande responsabilità che abbiamo davanti: evitare che l’innovazione diventi un privilegio per pochi e fare in modo che continui a essere uno strumento di equità e progresso collettivo.
La storia dell’oncologia ci insegna che ciò che ieri sembrava impossibile oggi è realtà. La sfida dei prossimi anni sarà fare in modo che la velocità del progresso non superi la capacità del sistema di includere tutti.
Perché il vero successo dell’innovazione non si misura solo nella scoperta scientifica, ma nella possibilità concreta che ogni paziente possa beneficiarne, al momento giusto e nel luogo giusto. Grazie.

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