Il mio ricordo di Gianclaudio Bressa oggi al Senato pic.twitter.com/7PS52ZyL2j
— Dario Franceschini (@dariofrance) May 19, 2026
Un abbraccio a Giulia, a Giovanni, a tutti i familiari, il cui dolore si respirava questa mattina alla Camera ardente di Firenze per una scomparsa inaspettata, improvvisa, soprattutto perché avvenuta in una solitudine molto triste, nella sua abitazione, da solo.
Un dolore che è stato anche il mio, che per molti anni sono stato non solo suo collega di partito, di battaglia politica, ma suo amico, nel senso di amicizia vera.
Il nostro cammino è iniziato negli anni Settanta. Lui era nel mondo della DC più vecchio di due anni: allora erano una generazione, oggi sono niente.
Quella generazione, nel congresso dei giovani della DC del 1977 che finì con l’elezione di Marco Follini, guardava già a Gianclaudio Bressa come a un leader. Infiammava le platee, coinvolgeva. Era magro, era un campione di tennis di DC, era l’allievo prediletto di Marcora, oggi si potrebbe dire il vero leader della sinistra DC, il partigiano Albertino, quello di fronte a cui tutti si fermavano, morto prematuramente: anche lui aveva cinquantadue anni. Aveva scelto Bressa come suo allievo.
Faceva parte della corrente della Base, la sinistra della DC, la corrente delle grandi intelligenze e dei grandi ideali.
Ci incrociamo direttamente nell’area di Zaccagnini, sempre al fianco, sempre dalla stessa parte: nella DC, nel PPI, nella Margherita, nella nascita dell’Ulivo, di cui Bressa non è retorico dire che è stato davvero un fondatore: deve avere il brevetto di Prodi nel primo Ulivo del 1996. E poi il PD come approdo, non come tappa, ma come approdo del nostro percorso politico.
Gianclaudio c’era sempre. Sempre competente, sempre presente. Consigliere comunale nel 1988, sindaco di Belluno a 34 anni, poi parlamentare per tanti anni, dal 1996 al 2022. In mezzo al nuovismo, ha fatto capire a tutti quanto conta l’esperienza.
Io ho avuto anche l’onore di averlo come vicecapogruppo del primo gruppo dell’Ulivo. La frase che ricorreva sempre negli anni era: “Chiedi a Bressa”. Quando c’era un dubbio, un’incertezza, una cosa da capire: “Chiedi a Bressa”. E tutti andavano da lui, anche persone autorevoli, ministri, chiedevano la competenza di Bressa.
È stato nei governi D’Alema, Amato, Renzi, Gentiloni, a occuparsi di autonomia, di minoranze linguistiche, sempre con una competenza straordinaria.
Per l’SVP è capitato in molte occasioni che fosse lui la garanzia di un accordo politico, che la sua presenza fisica nel governo fosse la garanzia del mantenimento dell’accordo politico. Veniva ricordata adesso l’onorificenza che gli è stata data, la più alta onorificenza della Provincia di Bolzano: era proprio per questo.
E si era legato talmente tanto al Trentino-Alto Adige e all’Alto Adige che aveva lasciato Belluno ed era andato ad abitare lì.
Oggi il presidente Kompatscher, della Provincia di Bolzano, ha detto: aveva davvero a cuore la nostra autonomia. Alla tutela delle cose nostre e delle altre minoranze linguistiche d’Italia ha dedicato, del resto, la sua intera brillante carriera.
Ricordo che nel governo Amato, che fu fatto naturalmente come capita a tutti i governi, tenendo conto della rappresentanza, degli equilibri, dei numeri dei diversi partiti, alla fine restò fuori per essere sottosegretario. Nel giro di qualche settimana ci si rese conto che il governo ne aveva bisogno e lui andò a giurare da solo, alcuni giorni dopo il giuramento di tutti i sottosegretari, perché doveva occuparsi di autonomia, di minoranze linguistiche e di funzione pubblica. E lo fece con la solita competenza.
Nella vita lui ha conosciuto il dolore: la perdita della moglie Margherita a 52 anni, un dolore enorme; i malanni fisici, la schiena, la solitudine a Firenze.
Il 29 marzo noi abbiamo fatto un’occasione affettuosa di ricordo dei 50 anni del congresso del 1976 della Democrazia Cristiana, che elesse Zaccagnini. Bressa fu uno dei giovani protagonisti di quelle vicende. Io gli telefonai diverse volte per farlo venire, ma mi disse che non ce la faceva fisicamente, non se la sentiva: il male alla schiena, non ce la faceva a venire e gli dispiaceva molto.
Poi anche gioia nella vita. Ha visto crescere i figli, i risultati anche politici e le azioni.
Le parole degli avversari di questi giorni sono la prova di quello che ha seminato. Molti amici lo ricordano: era allegro, era ironico, era pungente e anche irriverente. Gli piaceva stare in compagnia e incontrare gli avversari: quello che avremmo bisogno di recuperare.
Se mi veniva un paragone di questo tipo, pensando all’Italia, sembrava un uomo dell’Italia degli anni Cinquanta. Era un’Italia positiva, usciva dagli anni Quaranta dolorosi di scontri, di violenza, sia prima che dopo la Liberazione.
Gli anni Cinquanta furono anni in cui gli avversari politici, pur credendo in cose diverse, contrapposte, credevano insieme di fare comunque qualcosa per migliorare il futuro, per costruire il futuro, e capivano che, pur nelle divisioni, si rispettavano.
Erano anni positivi e lui era un uomo positivo. Le parole di questi giorni sono la prova di quello di cui dobbiamo tenere conto anche noi: possiamo avere percorsi diversi, strade anche contrapposte, ma abbiamo gli stessi obiettivi di migliorare le cose e dobbiamo avere la capacità di riconoscerlo, mentre lo dimentichiamo troppo spesso, quando il clima si accende e si perde il rispetto dell’avversario.
Con Gianclaudio, per alcuni anni, siamo andati alla casa di Zaccagnini. Zaccagnini era già trafitto dal dolore per la scomparsa di Mauro, non era più segretario del partito, e andavamo a Ravenna prima di Natale, una decina di giovani che venivano da diverse parti d’Italia, ma che erano legati da quell’esperienza. Andavamo a parlare con Zaccagnini.
A Zaccagnini una volta chiesero una cosa strana: se fosse un albero, a che albero avrebbe voluto somigliare. E Zaccagnini rispose: al pioppo, perché libero e dritto.
Ecco, Gianclaudio era un uomo di montagna, il pioppo è un albero di pianura, ma mi piace ricordarlo così: libero e dritto.