Elly Schlein, sulla riforma elettorale la maggioranza è disponibile al confronto, voi no. Perché?
«Solo un governo che vive chiuso nel palazzo da tre anni può pensare che questa sia la priorità. L’indicazione venuta dal referendum è stata chiara: gli italiani vogliono un governo che si occupi dei problemi concreti che riguardano le loro vite e la destra che aveva i numeri in Parlamento per fare tutto è riuscita a non fare nulla che migliorasse la vita degli italiani. Nel merito la loro proposta è irricevibile. Come possono pensare di dialogare sull’antipasto del premierato, con il premierato ancora sul tavolo, che contestiamo duramente».
Meloni, però, al premier time ha aperto al dialogo a tutto campo con l’opposizione.
«Dopo aver forzato le procedure parlamentari in numerose occasioni, fa queste affermazioni come se non avesse già negato, e con lei il resto del centrodestra, il confronto che noi avevamo chiesto in questi anni su salari, sanità e congedi. Ci fu un incontro a Palazzo Chigi nell’agosto del 2023, dopodiché non si sono più fatti vivi e solo dopo aver perso il referendum dicono di volere il dialogo. Che tipo di confronto ha in testa Meloni? Io sono la prima che si è rivolta a lei in più occasioni. Abbiamo fatto più proposte e ci hanno sempre detto di no. A questo proposito voglio citare un caso piuttosto eclatante: io e Meloni avevamo fatto un accordo su una legge sul consenso votata all’unanimità e quell’accordo è stato stracciato poco dopo. Insomma, la disponibilità esibita da Meloni mi sembra più retorica che altro perché alla prova dei fatti hanno sempre fatto il contrario».
Lei e Marina Berlusconi smentite di esservi sentite, ma si parla di un possibile coinvolgimento di FI con voi nella prossima legislatura...
«No. L’ho già detto e lo ribadisco: noi andremo al governo solo vincendo le elezioni con l’alleanza progressista che abbiamo ricostruito in questi anni. Non esistono altre opzioni: questo è il mandato che io ho ricevuto dai nostri elettori. Nessuna disponibilità alle larghe intese. Ho lavorato testardamente per l’unità dell’alleanza progressista e per la ricostruzione di un’identità chiara e netta del Partito democratico e questo ci ha fatto crescere come nessun altro partito europeo e tornare credibili agli occhi degli elettori progressisti ed è con loro che noi vogliamo continuare a stringere un’alleanza sulla base di proposte concrete che ci impegniamo a realizzare quando vinceremo le elezioni».
Voi progressisti non dovreste mettervi già a scrivere il programma?
«Noi non partiamo da zero ma dalle tante proposte già condivise con l’alleanza progressista sia in Parlamento sia nelle tante regioni e città in cui già governiamo insieme. Quello che mi pare grave è che non abbia un programma chi sta al governo oggi, perché sono quattro anni che vanno avanti con la retorica dei record mentre abbiamo tre anni di calo della produzione industriale, abbiamo tra i salari più bassi d’Europa, le bollette invece tra le più alte, e abbiamo sei milioni di italiani che non riescono a curarsi nella sanità pubblica. Su tutti questi temi, noi insieme alle altre forze dell’alleanza progressista abbiamo già portato avanti proposte condivise».
Se lei fosse al governo ora quali sarebbero le sue tre priorità?
«È semplice: sanità, lavoro ed energia. Noi approveremmo subito un salario minimo perché l’Italia con questi stipendi e questa precarietà non è al passo con l’Europa. Energia perché è la prima richiesta delle imprese ed è al centro di una strategia della crescita che serve al Paese. Noi accelereremmo subito gli investimenti sulle rinnovabili per ridurre il costo dell’energia e la dipendenza dal gas. Sulla sanità pubblica abbiamo indicato al governo dove recuperare immediatamente risorse per assumere medici e infermieri che mancano e, di conseguenza, per ridurre davvero le liste d’attesa».
Meloni dice che il salario minimo è una soglia al ribasso e che invece bisogna rafforzare la contrattazione.
«La nostra proposta fa esattamente questo: rafforza la contrattazione ma fissa anche una soglia sotto cui non può scendere. La sua è un’obiezione vecchia che ignora che il salario minimo esiste in 22 Paesi europei dove ha contribuito a sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e dei lavoratori e ha aiutato a rilanciare i consumi».
Lei è stata al summit progressista di Toronto, che impressione ha tratto da quell’incontro?
«Intanto ho avuto la conferma che non siamo soli perché, come a Barcellona qualche tempo prima con Sánchez e Lula, a Toronto con Carney e Obama c’erano molti movimenti progressisti e democratici che condividono l’esigenza di ricostruire un nuovo ordine mondiale più giusto, che sia basato sulla pace, sul commercio, sulla cooperazione, sulla solidarietà e sul rispetto del diritto internazionale. In questo sono state molto significative le parole di Carney che in Armenia, qualche giorno prima, ha detto che l’ordine internazionale sarà ricostruito a partire dall’Europa».
E quindi l’Europa che dovrebbe fare?
«Assumersi la responsabilità. Per questo serve un salto in avanti nell’integrazione europea come sta dicendo con forza e lungimiranza il presidente Mattarella. E questo salto in avanti passa per il superamento dei veti nazionali e dell’unanimità, lavorando anche attraverso le cooperazioni rafforzate. Però passa pure per il proseguimento degli investimenti comuni europei che sono fondamentali anche per il rilancio dell’industria manifatturiera italiana. Non a caso pure Confindustria sta chiedendo gli investimenti europei. L’Europa deve anche aprire nuovi rapporti commerciali coi Paesi traditi da Trump e fare una difesa comune».
Si profila una missione europea a Hormuz.
«Ritengo che non sia possibile mandare le navi a Hormuz senza che ci sia un accordo di pace. E servono anche una cornice giuridica chiara e un mandato internazionale, condizioni che al momento non ci sono. Il punto però è un altro, non abbiamo capito cosa sta facendo il governo italiano per fermare questa guerra illegale voluta da Trump e Netanyahu, che deve finire subito perché ha un impatto devastante sulle popolazioni coinvolte — compresi gli iraniani che lottano per la libertà contro il regime che si è rafforzato con il conflitto — e sull’economia mondiale. Non solo, la guerra sta anche rafforzando Putin che per il blocco di Hormuz sta vendendo più gas di prima. Questo è il risultato del fallimento totale della politica di Trump che il governo italiano continua a rimuovere. Anche ieri Tajani e Crosetto non sono riusciti a dirlo esplicitamente».