Oggi parlare delle condizioni degli italiani significa partire da una domanda molto semplice: le famiglie stanno meglio o peggio rispetto a qualche anno fa?
La risposta, purtroppo, è evidente nella vita quotidiana di milioni di persone: stanno peggio.
L’inflazione continua a pesare sui beni essenziali, con il carrello della spesa che negli ultimi anni ha registrato aumenti superiori al 15% sui prodotti alimentari di base. Bollette, affitti, mutui e trasporti continuano a incidere sempre di più sui bilanci familiari, mentre gli stipendi restano sostanzialmente fermi.
Nel frattempo il sistema sanitario nazionale è in forte sofferenza: liste d’attesa sempre più lunghe, carenza di personale, pronto soccorso sotto pressione e una spesa sanitaria pubblica che, in rapporto al PIL, continua a diminuire. Sempre più cittadini rinunciano a curarsi o sono costretti a rivolgersi al privato, sostenendo costi spesso insostenibili.
E mentre tutto questo accade, il Governo continua a raccontare un’altra realtà.
I numeri, però, descrivono un Paese fermo. Nel 2025 l’economia italiana è cresciuta appena dello 0,5%, il dato più basso tra le principali economie europee. Dopo quasi quattro anni di Governo Meloni, il bilancio economico e sociale appare molto lontano dalla propaganda: crescita debole, produzione industriale in calo da oltre tre anni consecutivi, pressione fiscale stabilmente tra il 42% e il 43% — ai livelli più alti dell’ultimo decennio — e investimenti pubblici insufficienti su sanità, scuola e trasporto pubblico locale.
A questo si aggiunge la questione energetica continua a rappresentare uno dei principali fattori di debolezza del sistema produttivo italiano, oltre che a pesare sulle bollette delle famiglie. La dipendenza dai combustibili fossili dell'Italia rimane elevatissima: petrolio e gas coprono ancora più di tre quarti dei consumi energetici del Paese, esponendoci strutturalmente a ogni perturbazione dei mercati globali. Le imprese italiane pagano ancora oggi costi dell’energia significativamente superiori rispetto alla media europea: in alcuni comparti industriali il prezzo dell’elettricità resta fino al 30% più alto rispetto a quello sostenuto dai competitor francesi o spagnoli. Una situazione che pesa soprattutto sulla manifattura e sulle piccole e medie imprese, riducendo competitività, investimenti e capacità produttiva. Non a caso la produzione industriale italiana è in calo da oltre tre anni consecutivi.
Anche il mercato del lavoro continua a mostrare profonde fragilità. A fronte di un costo della vita cresciuto in modo significativo dal 2021, i salari reali in Italia hanno perso quasi l’8% del loro potere d’acquisto: il dato peggiore tra i grandi Paesi del G20. Cresce il numero degli occupati precari e poveri, mentre oltre 5,7 milioni di persone vivono oggi in condizioni di povertà assoluta, il dato più alto mai registrato nel nostro Paese. A questo si aggiunge un fenomeno sempre più evidente: tanti giovani qualificati scelgono di lasciare l’Italia perché qui non trovano salari adeguati, stabilità e prospettive.
Circa un italiano su due, il 46%, non paga un euro di Irpef e usufruisce di servizi gratuiti o agevolati. È uno di quei dati della finanza pubblica che non possiamo più permetterci di ignorare.
È come ha detto il responsabile Economia del Pd, Antonio Misiani, la radiografia di un’economia che non ha trovato, in tre anni e mezzo di governo di destra, né la strategia né gli strumenti per tornare a crescere.
Il cosiddetto “miracolo italiano” evocato dalla Presidente del Consiglio semplicemente non esiste. È una narrazione che non trova alcun riscontro nella vita concreta di lavoratori, pensionati, famiglie e imprese, che ogni giorno devono fare i conti con salari bassi, servizi più deboli e un costo della vita sempre più alto.
Per questo serve una scelta politica diversa: rimettere al centro il lavoro, i salari, la sanità pubblica, la scuola e gli investimenti produttivi. Serve un Paese che torni a crescere che affronti in modo serio il tema delle disuguaglianze, sostenendo chi produce e chi lavora, contrastando la precarietà e offrendo opportunità reali ai giovani.
Perché governare non significa costruire slogan o propaganda, ma migliorare concretamente la vita delle persone.