Vi porto il saluto del mio gruppo consiliare e del Consiglio regionale, e penso che non avremmo potuto azzeccare meglio il momento in cui tenere questo incontro.
L’attualità del pensiero di Moro è incredibilmente forte nel tempo che stiamo vivendo…
Tanti sono i motivi della sua attualità, e della urgenza di saperla far diventare politica attiva e non solo memoria.
Per lui la politica non è annientare l’avversario, ma comprenderne le ragioni, ricerca continua di equilibrio tra posizioni differenti.
Per Moro la parola non è debolezza: è la più alta forma della forza democratica.
Una formula molto morotea potrebbe essere:
“La democrazia vive del riconoscimento reciproco.”
Nel suo pensiero la parola crea spazio comune; il dialogo evita la disumanizzazione;
il compromesso non è cedimento morale, ma responsabilità storica.
Moro appartiene a una generazione che ha conosciuto fascismo, violenza ideologica,
terrorismo…
Per questo ritiene che la politica debba sempre sottrarre terreno alla logica amico/nemico che invece oggi domina la scena internazionale, e non solo.
“Quando la parola si spegne, iniziano le armi.”
Le Brigate Rosse riducono l’uomo a simbolo da colpire; Moro, invece, insiste sempre sulla complessità umana, sulla mediazione, sulla gradualità.
Durante il sequestro, Moro tenta fino all’ultimo di usare la parola: scrive, argomenta, interpella, cerca dialogo.
Le lettere non sono solo richieste personali: sono l’estremo tentativo di riaffermare la politica contro la disumanizzazione.
Anche nella prigionia, Moro continua a credere che parlare sia più umano che uccidere, e poi viene ucciso paradossalmente proprio da chi considera il dialogo una debolezza borghese. Ma oggi noi ricordiamo ancora Moro, non i brigatisti.
In un tempo segnato dalla violenza, Moro ci insegna la mediazione, il dialogo, la pazienza democratica.
E forse proprio per questo la sua figura continua a interrogarci: perché ci ricorda che la parola non è il contrario della forza, ma la sua forma più alta nella vita civile.