Da qualsiasi parte lo si guardi, il quadro economico nazionale è in seria difficoltà.
“La crescita è sicuramente ancora troppo bassa” aveva dichiarato la Presidente Meloni nella conferenza di inizio d’anno. E, ora, il DFP conferma quella facile previsione: in calo il PIL (0,6), sia quest’anno che il prossimo, mentre il rapporto col debito resta troppo alto (138,6%). Come se non bastasse, il mancato raggiungimento per un soffio (lo 0,1%) dell’obiettivo del 3% di deficit ci tiene dentro la procedura di infrazione europea. E l’inflazione (+2%), che per molto tempo non è stata un problema, ora ritorna a preoccupare.
Dietro questi numeri c’è un Paese reale che si avvia verso una pericolosa stagnazione. Bassi salari, scarsa produttività, difficoltà di accesso al credito, insufficienti investimenti e poca redditività. Eppure la gente viaggia e… “i ristoranti sono pieni” (ci ricorderebbe Berlusconi!). La verità è che si stanno acuendo le differenze sociali. Ci sono, cioè, più ricchi e più poveri. Quasi 12mila miliardi (il 47% immobiliare, il resto finanziario) è l’ammontare della ricchezza privata nel 2024 (+3%). Ma, tra il 2020 e il 2025, per il 90% è finito nelle tasche del 5% degli italiani. Il che spiega perché il numero dei possessori di un patrimonio superiore ai 30 milioni è aumentato del 23% tra il 2021 e il 2025. E spiega anche perché il 10% della popolazione – due milioni di famiglie – vive in povertà assoluta e il 23% è a rischio. L’evasione fiscale (il recupero di 26 miliardi non intacca una soglia che si aggira sempre attorno ai 100 milioni) e la conseguente economia sommersa attenuano, ma non cambiano, il quadro generale della distribuzione della ricchezza e della povertà. Se il Paese non cresce, questa situazione si incancrenisce e la stagnazione diventa depressione…
Eppure, dopo il Covid c’era stato un rimbalzo positivo e il tasso di crescita italiano competeva – o addirittura superava – i trend degli altri Paesi europei. In verità due agenti specifici hanno favorito quella stagione: il bonus energetico e il PNRR. Le polemiche sul primo sono in parte giustificate (non bisognava eccedere nelle dimensioni dei finanziamenti e nella durata di validità dei benefici e bisognava essere più selettivi nei beneficiari), ma non si può negare che sia stata una molla che ha fatto scattare investimenti proprio di quella ricchezza privata spesso dormiente, riducendo il nero. Il Pil ne ha beneficiato, anche se l’aumento dei costi delle materie e il rincaro speculativo sui prezzi è una delle cause del problema successivo. Anche il PNRR, al di là dei limiti applicativi (troppo a pioggia e frammentato) ha funzionato da volano economico. Il punto è che sia bonus che PNRR finiscono e non c’è niente che li sostituisca. Soprattutto non c’è niente nel Documento di finanza pubblica con il quale il governo affronta questa congiuntura e prepara la legge di bilancio (l’ultima della legislatura!).
Trump ha le sue colpe, gravi (che si sommano a quelle di Putin…), assieme a tanti altri che tengono bordone al caos globale di questa fase. E le conseguenze devono ancora espandersi e saranno pesanti per il mondo intero. Ma la crisi economica e sociale italiana non dipende solo dalle guerre e da Hormuz, come, invece, tende a sostenere il nostro governo. Prima (e durante!) c’è un vuoto di proposta in politica economica che il DFP non colma. Non una politica attiva verso l’Europa (la partecipazione al tavolo dei volenterosi è arrivata solo dopo la sberla di Trump a Meloni), non un vero disegno di autonomia energetica (i continui viaggi della Presidente del Consiglio per recuperare fonti energetiche sono giusti, ma è tutto in emergenza e non si avverte una decisa linea di riconversione verso le rinnovabili). Non una strategia industriale (automotive? digitale?). Non una politica sociale (il bonus benzina non risolve gli squilibri crescenti del welfare). Infine, gli Enti locali, e in particolare i Comuni, presidio economico e sociale sul territorio, sono lasciati a se stessi. Forse anche Giorgetti è stato lasciato solo nel furore referendario (sappiamo come è finito) e nell’ossessione di una nuova legge elettorale (che probabilmente non si farà).
In questa situazione, la propaganda dura poco e un anno e mezzo di attesa è davvero lungo. Anche per Meloni.