Registrati

Privacy

Informativa ai sensi dell'art. 13 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. La raccolta e il trattamento dei dati sono effettuati limitatamente ai fini connessi alla gestione operativa e amministrativa del servizio. I dati sono trattati con strumenti informatici e telematici e non saranno comunicati a terzi. Il titolare del trattamento \xE8 AreaDem.
* Acconsento al trattamento dei miei dati personali
Log in

 
Registrazione al sito - Login al sito

Losacco: ultima chiamata per l'Europa sull'autonomia strategica

29 Aprile 2026

Articolo di Alberto Losacco su "Huffpost"

Cos’altro deve accadere perché l’Europa avvii finalmente il processo per la difesa comune? L’Alleanza atlantica vive oggi uno dei passaggi più difficili della sua storia. Mai come in questa fase il legame transatlantico è esposto a oscillazioni, pressioni e forzature che incidono direttamente sugli interessi europei: dalle minacce rivolte perfino a un alleato come la Danimarca sul dossier Groenlandia, al diktat sull’aumento della spesa militare fino al 5% del PIL, passando per scelte unilaterali, come la guerra in Iran, che hanno scaricato sull’Europa costi politici, economici e strategici.
 
In questo quadro, continuare a rinviare sarebbe un errore storico. La difesa comune europea non è più una formula astratta: è una necessità geopolitica. È l’unico terreno su cui può prendere forma una vera autonomia strategica del continente. È esattamente in questa direzione che va anche il richiamo del Presidente della Repubblica, che negli ultimi giorni ha parlato della difesa europea come di un’esigenza ormai indifferibile.
 
Non a caso, nelle nostre società sta maturando una consapevolezza nuova. Sempre più cittadini comprendono che l’Europa è uno dei bersagli di chi immagina un nuovo ordine internazionale fondato sulla forza, sulle sfere di influenza, sul ricatto economico e sulla subordinazione politica. Un ordine, quello di Trump, che non si ferma neppure davanti al Papa, attaccato frontalmente solo per aver richiamato il valore supremo della pace e della sacralità della vita umana.
 
Garantire l’autonomia della difesa europea significa difendere un’idea di convivenza fondata su libertà, pluralismo, Stato di diritto, cooperazione tra nazioni, tutela della persona. Significa dire che il nostro futuro non può essere consegnato né ai nazionalismi né alle volontà di potenza di Putin e Trump, né a governi disposti a piegarsi ai loro interessi.
 
Proprio gli ultimi eventi elettorali hanno mandato un chiaro segnale in questa direzione. In Ungheria, la sconfitta di Orbán ha rappresentato il rigetto di un modello politico che per anni ha lavorato contro l’unità europea, coltivando rapporti privilegiati con Mosca e presentandosi come riferimento continentale del fronte sovranista.
 
Anche il voto sul referendum in Italia può essere letto non solo come un pronunciamento sulla separazione delle carriere, ma anche come un segnale politico rivolto a un governo troppo vicino a Trump e Netanyahu.
 
Ecco perché oggi c’è uno spazio politico che fino a poco tempo fa sembrava impensabile. Cresce l’attesa che l’Europa faccia finalmente l’Europa, nella convinzione che sia questo, oggi, l’unico livello davvero in grado di tutelare i nostri interessi, le democrazie liberali e i suoi valori.
 
Una difesa comune significa innanzitutto meno dispersione, più efficienza e meno spese: coordinamento degli investimenti, razionalizzazione delle risorse, integrazione industriale, maggiore interoperabilità, meno duplicazioni nazionali. Significa rafforzare la deterrenza, perché un’Europa che agisce insieme è più credibile di ventisette Stati che procedono in ordine sparso. Significa anche contare di più nello scenario globale, con una capacità autonoma di iniziativa all’altezza del proprio peso economico e politico.
 
Naturalmente tutto questo porta con sé inquietudine. Perché implica prendere atto che il mondo è cambiato, e che perfino ciò che fino a ieri consideravamo inammissibile o remoto oggi torna a imporsi come questione concreta. Ma la risposta non può essere l’immobilismo. Non può essere la nostalgia di una protezione esterna. Non può essere il rifugio nei piccoli nazionalismi.
 
La verità è che l’Europa non può più tirarsi indietro. Se vuole continuare a essere uno spazio di libertà, sicurezza e democrazia, deve assumersi fino in fondo la responsabilità della propria sicurezza. Non per inseguire la guerra, ma per impedirla. Non per rinnegare la sua vocazione, ma per renderla finalmente all’altezza del tempo che viviamo.

Commenta... oppure


torna su

Agenda

DoLuMaMeGiVeSa

Rassegna stampa