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Baretta: se la tecnologia corre troppo veloce...

03 Marzo 2026

Articolo di Pier Paolo Baretta su "Riformismo e Solidariet?"

“Riteniamo che, in una serie limitata di casi, l’Intelligenza artificiale possa minare, anziché difendere, i valori democratici”. Con questa semplice, ma esplosiva, dichiarazione, Dario Amodei (fondatore e presidente di Anthropic, la società che deteneva – prima di questa affermazione – un contratto di 200 milioni di dollari col Dipartimento della guerra americano) ha messo il dito nella piaga di due problemi decisivi per il nostro futuro.
Il primo, da sempre dirimente nella storia umana, è il rapporto tra etica, scienza e avanzamento tecnologico. Fu così per la polvere da sparo; per l’atomica, per la genetica.
Ora, però, con lo sviluppo sempre più sofisticato delle tecnologie contemporanee, di cui l’IA è il paradigma, il problema ha assunto una particolare e inedita rilevanza per la semplice ragione che la sua pervasività travolge ogni confine, a partire dalla libertà personale e collettiva.

Se sui rischi atomici e sulla genetica delle regole sono state trovate (ma ci è voluto il terrore per gli effetti di Hiroshima e la clonazione), sulla intelligenza artificiale stiamo ancora navigando al buio. Eppure la velocità con la quale si sta diffondendo (Amodei è professionalmente definito un “acceleratore”) e la dimensione dei suoi utilizzi è già ampiamente fuori controllo. A ciò si aggiunga che le imprese che se ne occupano trovano, proprio in questa assenza di regole, una fonte inestimabile di guadagno. Per cui il rapporto tra etica e scienza diventa rapidamente quello tra etica e affari. Da quando i francescani posero le basi, nel medioevo, per legittimare il profitto e a quali condizioni, la questione è diventata, con risposte diverse, la discriminante di ogni teoria economica. Siamo, quindi, ben oltre l’ambito militare, e in quello della nostra quotidiana vita intellettuale e pratica.

Dopo il vassallaggio inaspettato a Trump da parte dei padroni del futuro di Silicon Valley, la questione sollevata da Amodei mette in crisi gli assetti politici, istituzionali e industriali che reggono i delicati equilibri della attuale fase storica. Ha poco da sbraitare il Presidente Trump dicendo che cambierà fornitore o che utilizzerà il Defense Production act (una vecchia legge nata per la guerra in Corea del 1950 che dà mano libera al Presidente di costringere le aziende a seguire gli ordini dei militari). Potrà anche farlo (peraltro OpenAI è disponibile), ma la questione posta non scompare ed è oggettivamente destinata ad allargarsi, tanto più nello scenario di guerra nel quale siamo infilati.

Questo vulnus è aggravato dal secondo aspetto che la vicenda mette in evidenza ed è forse il più cruciale dei problemi irrisolti della nostra epoca: lo scarto tra la velocità della innovazione tecnologica e la lentezza della democrazia. Per molto tempo la storia umana è stata segnata dal fatto che il pensiero precedeva l’azione e quindi c’era il tempo per definirne ambiti e limiti. Oggi non è più così. Oggi la democrazia, che decide sulla base della semplice regola del consenso, ha tempi di decisione che contrastano con la velocità contemporanea. In tutti i campi.

Il problema era già emerso nella recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sui dazi, ne abbiamo parlato in questo articolo. Ma il caso sollevato dalle parole di Amodei sulla liceità dell’utilizzo militare della IA è ancora più decisivo. Anche perché in assenza di una governance globale non esistono “Corti Supreme” in grado di dirimere la questione.
Già da tempo si discute della urgenza di regole per la IA. L’Europa ha fatto dei passi, ma insufficienti. Può fare di più. Non solo sul piano giuridico e legislativo. Oltre ad essere il primo mercato del mondo e gestire relazioni commerciali con circa 80 paesi, “le imprese europee – come ha ricordato Draghi – controllano il 100% della litografia ultravioletta estrema, tecnologia necessaria per produrre chip avanzati. Produciamo metà degli aerei commerciali del mondo e progettiamo i motori che alimentano la stragrande maggioranza della navigazione globale”. L’Europa ha, quindi, un potere di condizionamento sulle scelte del resto del mondo, ma sembra non in grado di esercitarlo.

Ma questo è, ahimè, il punto chiave della politica contemporanea: il mancato protagonismo dell’Europa nell’instabile scacchiere globale. Si sta ridisegnando il mondo e l’Europa annaspa. Fino a quando?


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