Senatore Dario Franceschini, perché la destra ha deciso di cambiare la legge elettorale a un anno dal voto? Forse perché con l’attuale non vincerebbe?
«Beh, sicuramente pensa di trarne un vantaggio. Ma è tutto da dimostrare che funzionerà. Tutte le volte che una coalizione ha approvato una legge a maggioranza poi gli si è ritorta contro. Dal 1953 in poi».
E perché proprio adesso, a un mese dal referendum?
«Perché penso che sospettino la sconfitta al referendum e quindi temano poi di ritrovarsi con un quadro di maggioranza meno stabile. Quindi Giorgia Meloni ha preferito chiamare gli alleati a raccolta adesso, prima che il centrodestra si ritrovi destabilizzato dal risultato referendario».
La legge elettorale è figlia di un disegno più ampio?
«Di chi vuole i pieni poteri. Tutte queste riforme, inclusi il premierato e la separazione delle carriere, sono ispirate alla filosofia che chi vince non deve governare ma comandare».
Il metodo Trump?
«Non ci devono essere contrappesi democratici. La magistratura, la stampa, l’opposizione, sono vissuti come un fastidioso ingombro».
Molti evocano la legge truffa di De Gasperi.
«Ma quella era una norma innocente rispetto a questa, perché stabiliva un premio a chi raccoglieva il 50,1 per cento dei voti. Ma qui basta prendere il 40 per cento per ottenere un premio che può portare chi vince al 58-59 per cento, togliendo voti alle opposizioni. C’è una sproporzione enorme. E lo si prevede in una legislatura chiamata a eleggere il nuovo capo dello Stato».
Ti prendi palazzo Chigi e puoi eleggere da solo il presidente della Repubblica?
«Sì, ma qui il rischio non è che al Quirinale vada un esponente di destra. Questo fa parte della democrazia. Lo scandalo consiste nel fatto che cambi le regole per eleggerlo da solo, a maggioranza».
Meloni vuole andare al Quirinale?
«È una tentazione. Ma ci sarà una ragione per cui un capo partito non c’è mai andato? Non Andreotti, Fanfani, Moro, D’Alema, Berlusconi».
Qual è il motivo?
«Un capo politico, poniamo Meloni, potrebbe nominare un suo uomo di fiducia presidente del Consiglio, poniamo per esempio Lollobrigida, e in questo modo controllerebbe la sua maggioranza parlamentare e quindi il governo. Così trasformando l’Italia in una Repubblica presidenziale sul modello francese, però senza i contrappesi insiti in quel sistema».
Quindi il premio di maggioranza inserito nella legge elettorale della destra può snaturare l’intero sistema?
«Sì, quello è il rischio: al Colle andrebbe una figura politica di parte, non un garante. Del resto vogliono comandare, non governare. Il senatore Parrini l’ha definito, con efficacia, un premio di onnipotenza».
In questa legge non ci sono né i collegi né le preferenze.
«Conosco i pregi e i rischi delle preferenze».
I rischi quali sono?
«Per esempio i costi delle campagne elettorali. Quindi sono più affezionato al collegio uninominale che consente alla gente di scegliere in maniera limpida il candidato».
La destra l’ha chiamato Stabilicum, per rendere i governi più stabili.
«Ma la stabilità l’hanno avuta anche con l’attuale legge, solo che non l’hanno saputa utilizzare».
Ma che armi restano all’opposizione? Non avete i numeri per contrastarli.
«Useremo tutti gli strumenti parlamentari per correggere le distorsioni e i pericoli della legge. Ma non c’è solo il Parlamento. È possibile anche una mobilitazione della società civile al referendum. E poi la vittoria del no cambierebbe il clima politico nel Paese».
Insomma, il referendum è uno snodo cruciale?
«Gli elettori stanno capendo che il 22 e 23 marzo la posta in gioco va oltre il quesito. Infatti anche chi, nel campo progressista, è sempre stato favorevole alla separazione delle carriere ora è tentato di votare per il no».
Il significato politico prevale sul merito?
«Sì, del resto le norme della riforma Nordio sono un pasticcio. L’estrazione a sorte dei giudici, un Csm di soli pubblici ministeri, si riveleranno un boomerang».
Chi sarà l’anti Meloni? La nuova legge imporrà di indicare il leader. Elly Schlein si è detta disponibile a fare primarie di coalizione.
«È un gesto di sensibilità politica che la segretaria del partito più grosso della coalizione non voglia imporsi ma sia pronta a mettersi in gioco alle primarie pur di tenere unita la coalizione. Le primarie saranno l’occasione per registrare il fatto che dal 2019, dal varo del governo giallorosso ad oggi, abbiamo fatta tanta strada con il M5s. Oggi governiamo insieme le Regioni, i Comuni, facciamo opposizione comune in Parlamento».
Ma anche Conte vuole fare il candidato premier.
«Se tutte le forze della coalizione accetteranno le primarie, queste saranno l’occasione migliore per scegliere da chi farci guidare e costruiranno le condizioni per poi marciare uniti verso le elezioni. Adesso l’importante è che continuiamo a fare battaglie comuni, perché è la cosa che aiuta di più a cementare l’intesa. E la campagna per il no può diventare un altro collante forte».
Ma prima o poi non s’imporrà una scelta sul leader?
«Io auspico che subito dopo il referendum s’incontrino i leader del centrosinistra per decidere un percorso e che se decideranno per le primarie fissino anche la data di svolgimento, meglio se prima di Natale. Una grande occasione per tracciare il perimetro del campo, i punti aggreganti, un manifesto programmatico. Poi dentro il perimetro può scattare un meccanismo virtuoso di competizione. Il modo migliore per poi sfidare Giorgia Meloni».
Come finirà il referendum?
«Sono fiducioso negli italiani. Ricordo che quando, nell’estate del 2019, Salvini chiese i pieni poteri ci fu una reazione molto forte nel Paese».