Con un documento di nove pagine, Andrea Pignataro, l’uomo più ricco d’Italia secondo Forbes, ha evidenziato i pericoli dell’intelligenza artificiale e invitato l’Unione europea a intervenire. A colpire non è tanto la diagnosi, quanto la cura prospettata. Un uomo forte della finanza che rinnega il mantra della libertà a tutti i costi, chiedendo all’Europa di essere quella delle regole, di "fare attrito”, attraverso quegli elementi che i capitalisti alla Musk hanno sempre descritto come un qualcosa da abbattere. L’Europa è stata la prima a dotarsi di una cornice normativa per indirizzare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dimostrando di aver imparato la lezione dei primi anni Duemila, quando si accodò alla retorica della Rete come spazio di libertà, fuori dai vincoli e dalle regole, per poi riscoprirla nelle mani di cinque soggetti con potere e forza economica superiori a quelle di molte nazioni. Il 2026 sarà un anno decisivo per l’applicazione di questa normativa, tra spinte alla semplificazione delle norme per le piccole e medie imprese e la necessità di preservarne spirito e finalità. Anche perché, rispetto a tre anni fa, certe sfide e pericoli sono sempre più chiari. A partire proprio dai due evidenziati da Pignataro: scongiurare che i modelli di IA chiusi, nelle mani dei grandi colossi, estromettano dal mercato i modelli open source, determinando quindi una condizione di controllo assoluto del mercato; evitare che l’intelligenza artificiale venga istruita in compiti e mansioni che, a lungo termine, renderanno superfluo l’intervento umano. Il pericolo non è solo quello – già enorme – sul piano occupazionale, ma riguarda anche il fatto che le imprese potrebbero avere una tale dipendenza da chi offre la tecnologia, da non poterne più tornare indietro ed essere costretti a modellare costi e servizi sulla scorta di decisioni prese da altri. E non finisce qui. L’intelligenza artificiale ha aperto nuovi spazi a chi è interessato a inquinare i pozzi del dibattito democratico, con la diffusione di finti video che ritraggono personalità pubbliche o mettono in scena eventi mai accaduti, sempre più difficili da riconoscere come falsi. C’è poi il filone delle nuove violenze, con la manipolazione di immagini e video a sfondo sessuale o di natura pedopornografica, in cui chiunque è una potenziale vittima. Di fronte a un quadro del genere, occorre un dispositivo articolato di norme e strumenti in grado di tutelare i cittadini, resistendo anzitutto alle pressioni di chi punta a smontare l’architettura dell’AI ACT. Penso, in particolare, a chi chiede protocolli più leggeri per gli sviluppi dell’AI nei cosiddetti ambiti ad alto rischio. E penso alla protezione dei dati sensibili, su cui anche qui le pressioni dei grandi sviluppatori sono forti, per acquisire dati che finora sono stati preclusi. Niente, come l’intelligenza artificiale, dimostra che le regole non sono solo burocrazia. Significano protezione: dei lavoratori, delle donne, dei bambini, del nostro diritto alla privacy e di non essere fagocitati da quelli che si immaginano come i nuovi padroni del vapore. Ma significano anche una cosa altrettanto decisiva: orientare la ricerca e lo sviluppo verso comparti di interesse pubblico per evitare qualsiasi dipendenza da tecnologie cinesi o americane in settori decisivi per la nostra sovranità, a partire dalla cybersicurezza e dalla difesa. L’Europa, appunto, deve fare attrito. Non per isolarsi dal resto del mondo, ma per indicare una strada. Quella di una tecnologia al servizio dell’uomo e non contro l’uomo.