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Losacco: importante mobilitarsi per spiegare la posta in gioco con il Referendum

29 Gennaio 2026

Il 22 e il 23 marzo saremo chiamati a esprimerci sulla riforma della magistratura voluta dal Governo Meloni. Una riforma che ruota attorno a tre pilastri: la separazione delle carriere tra magistratura requirente (Pubblici Ministeri) e magistratura giudicante (i magistrati che emettono le sentenze); la suddivisione dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, uno per la componente giudicante e uno per quella requirente; l’introduzione del sorteggio come meccanismo di individuazione dei magistrati destinati a far parte dei due nuovi CSM.

La prima domanda da farsi è la seguente: in che modo questa riforma incide sulla lentezza del sistema giudiziario, contribuendo a ridurre la durata di processi che arrivano a durare anche dieci anni? La risposta è molto semplice: in nessun modo. Questa riforma non interviene su nessuno dei mali del nostro sistema giudiziario e, anzi, rischia di crearne di nuovi.

L’idea alla base di questa riforma è quella di una presunta contiguità tra Pubblico Ministero e Giudice, che renderebbe quest’ultimo più incline a recepire le tesi dell’accusa, a discapito di quelle della difesa. Separare le carriere – dicono i sostenitori della riforma – romperebbe questa familiarità, questo senso d’appartenenza alla medesima “casta”.

Il punto è che la divisione delle funzioni nella magistratura esiste già. Dalla riforma Cartabia è infatti possibile per i giudici passare una sola volta da un ruolo all’altro, limitato ai primi nove anni di attività: una possibilità esercitata da appena lo 0,5% dei magistrati in servizio.

Ma c’è di più. Oltre la metà delle sentenze emesse annualmente nel nostro Paese si conclude con un’assoluzione, a conferma che le argomentazioni difensive vengono ampiamente riconosciute. Nel nostro ordinamento il Pubblico Ministero non è concepito come “avvocato dell’accusa”, ma come organo preposto alla ricerca della verità, anche quando ciò comporta la valorizzazione di elementi favorevoli all’indagato. Non è raro, infatti, che gli stessi PM chiedano il non luogo a procedere quando ritengono che il fatto non sussista.

La riforma, invece, mira esplicitamente a trasformare il Pubblico Ministero in una parte processuale pienamente contrapposta alla difesa. Ciò lo solleva dalla ricerca della verità materiale, orientando il suo lavoro alla vittoria nel processo. Un vero e proprio super avvocato dell’accusa, forte dell’aiuto della Polizia Giudiziaria che, inevitabilmente, si indirizzerà verso la raccolta degli elementi utili a sostenere l’accusa e non a indagini chiamate ad accertare i fatti.

Siamo davanti a una vera e propria eterogenesi dei fini: una riforma pensata per aumentare gli elementi a garanzia degli imputati rischia di ridurli pesantemente.

Anche gli altri punti della riforma non sono questioni di poco conto. Sdoppiare i CSM, affidare al caso la scelta dei suoi componenti, è solo un modo per indebolire e minare l’autonomia della magistratura, due passaggi funzionali al vero obiettivo di questa riforma.

Infatti, come hanno ammesso autorevoli esponenti del Governo, questi interventi sono propedeutici alla vera riforma: portare la magistratura requirente sotto il controllo della politica, cancellando l’obbligatorietà dell’azione penale. In questo modo sarà il Governo di turno a indicare i reati da perseguire, tramutando la giustizia nella clava per colpire categorie e contesti non confacenti alla propria idea di società e garantire una sostanziale impunità per quelli ritenuti più vicini, più affini. Insomma, una giustizia non più uguale per tutti, ma legata al colore e alle volontà del potere politico di turno.

Per questo è importante che, anche in Puglia, nelle prossime settimane, il Partito Democratico si mobiliti con grande determinazione per spiegare la reale posta in gioco: dire No a una riforma che non aumenta l’efficacia della macchina giudiziaria, che non risolve il problema della lentezza dei processi, ma che rischia soltanto di crearne di nuovi, e di ben peggiori. Ci sono in ballo valori profondi, che tutti quelli che credono nel valore di una giustizia autonoma e veramente uguale per tutti sono chiamati a difendere con la massima determinazione.


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