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Losacco: l'Europa deve ragionare da potenza tra le potenze

09 Gennaio 2026

Prima l’“operazione speciale” in Venezuela, oggi le mire sulla Groenlandia, territorio di un Paese europeo – la Danimarca – e membro della NATO.


Quando a delegittimare l’ordine e il sistema di regole scaturito dalla Seconda guerra mondiale è il Paese che più ha contribuito a costruirlo e a plasmarlo, è evidente che siamo di fronte a un punto di non ritorno.
La nostra epoca, come ha più volte denunciato il Presidente Mattarella, assume ogni giorno di più i contorni del tardo Ottocento: grandi imperi, zone d’influenza, logiche di potenza, in cui l’unica legge è quella del più forte.


È un mondo che si avvia verso una condizione di tensione permanente, nel quale tutto ciò che ha permesso di evitare i conflitti e di trovare soluzioni pacifiche alle controversie internazionali rischia di diventare soltanto materia per i libri di Storia.


È un problema enorme soprattutto per noi. I Paesi del Vecchio Continente sono quelli che più hanno saputo trarre beneficio dai principi del secondo dopoguerra, rendendoli il terreno fertile per la costruzione della casa comune europea. Ma quell’ordine è sul punto di perire.


C’è una Russia che guarda già oltre le zone occupate, non solo per annettere nuovi territori – in Ucraina e non solo – ma anche per condannare l’Europa all’irrilevanza politica, funzionale alla propria affermazione come attore dominante nello spazio euro-asiatico.


E c’è Trump. Che guarda all’Europa come a un ostacolo rispetto alla costruzione della propria zona di influenza, dalla Groenlandia all’America Latina, individuando nel Pacifico il vero terreno di sfida con la Cina per la supremazia futura.


Non è un caso. Un’Europa unita, fondata su regole condivise, sul diritto internazionale e sul multilateralismo, è incompatibile con una visione del mondo basata sui rapporti di forza e sulle sfere di influenza.


Anche Trump – al pari di Putin - ha bisogno di un’Europa composta da Stati isolati, più deboli e più facilmente condizionabili. È anche per questo che privilegia i rapporti bilaterali rispetto al confronto con l’Unione Europea nel suo insieme.


Le incognite e le minacce che ci circondano sono troppe per essere ignorate, comprese quelle che provengono – o potrebbero presto provenire – dal fronte meridionale: il Medio Oriente e un’Africa sempre più contesa dalle mire russe e cinesi.
L’Europa è chiamata con urgenza a prendere atto di questo nuovo scenario, ragionando anch’essa da potenza tra le altre potenze.
Farlo non significa rinnegare la lezione della Storia, né abdicare al diritto internazionale, al multilateralismo, alla difesa e alla promozione dei diritti umani anche fuori dai propri confini. E men che meno significa adottare le logiche del dominio che oggi guidano gli altri grandi attori.
Significa difendere i propri interessi, operando finalmente per una piena autonomia strategica, con quella convinzione e quella determinazione che finora sono mancate.
Significa allora essere indipendenti sul piano militare, attraverso la costruzione di una vera difesa comune europea, capace di ridurre i costi e di aumentare in modo significativo la nostra capacità di deterrenza. Già oggi, unendo la spesa dei singoli Stati in un unico sistema, saremmo secondi solo agli Stati Uniti.
Significa conquistare una piena autonomia sul piano industriale. Abbiamo le risorse, le competenze, i mercati. Abbiamo una delle monete più forti del mondo e margini di debito che, con la sola eccezione della Cina, nessun altro può permettersi.


Significa coltivare la piena indipendenza sul piano tecnologico. Anche qui possiamo competere con chiunque, a condizione di volerlo davvero, aumentando integrazione e cooperazione e rifuggendo scorciatoie pericolose, come l’idea di affidare le nostre comunicazioni strategiche a Elon Musk.
È un programma ambizioso, ma ormai inevitabile. L’alternativa è l’irrilevanza o, peggio ancora, lo svuotamento progressivo di ciò che abbiamo faticosamente costruito: quelle democrazie liberali che, con tutti i loro limiti e le difficoltà attuali, hanno garantito alle nostre società diritti, opportunità e pluralismo.
Servono dunque riforme capaci di accompagnare e accelerare questi processi, perché il tempo a disposizione è scaduto. Serve la volontà politica. Non è solo l’ultima chiamata per l’Europa. È l’ultima chiamata per tenere viva nel mondo la lezione del secolo scorso e per affermare che un’alternativa alla logica del più forte esiste ancora: quella che mette al centro il bene dei popoli e la loro pacifica convivenza.


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