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Toia: Con Sure e Recovery plan un’Europa più unita e sociale

31 Agosto 2020

Intervista di EURACTIV Italia a Patrizia Toia, Vice-Chair della Commissione Industria, ricerca, energia del Parlamento europeo


Papa, appello per l'ambiente: rispettare gli accordi sul clima, i Paesi riducano le emissioni

EURACTIV Italia ha intervistato Patrizia Toia, Vice-presidente della commissione ITRE (Industria, Ricerca, Energia) del Parlamento Europeo alla ripresa dei lavori del Parlamento e in una fase già ricca di iniziative e novità.

Com’è cambiata l’Ue con la pandemia?

Tante decisioni comuni sono state prese per rispondere al coronavirus e penso che l’UE sia cambiata in meglio. Si è avverata l’idea che ogni grande sfida o crisi sia uno straordinario “acceleratore” del cambiamento. E così è stato per l’Europa. Si è sviluppata la consapevolezza che bisognava agire con spirito di solidarietà e di unità, che sono due facce della stessa medaglia. Così si è arrivati ad una risposta comune, al Recovery Plan e a tante altre misure, impensabili, fino a pochi mesi prima. Ora un’altra grande sfida sarà quella delle “risorse proprie” dell’Europa (own resources), che, in quanto risorse comunitarie, andranno spese su obiettivi comunitari.

La risposta è stata comune sia sotto il profilo economico che, dopo un’iniziale difficoltà, sul piano sanitario, su come affrontare la pandemia e sulla ricerca del vaccino. Quindi, al di là dei sovranisti e delle figure più retrive e nazionaliste, la maggior parte degli europei si è sentito europeo e coinvolto in un destino comune. Si è capito che, per non guardarsi con sospetto tra noi europei, bisogna avere degli standard, delle risposte e delle garanzie comuni. Quindi da questa crisi è nata e si può formare una nuova Europa, un’Unione più forte.

Rispetto alla risposta economica molti dossier passano dalla commissione ITRE (Industria, Ricerca, Energia), di cui è Vice-presidente. Quali sono i principali, le priorità su cui state lavorando?

Il primo è proprio il Regolamento del Recovery fund, la normativa che ne stabilisce le regole e le modalità di funzionamento, su cui lavoriamo, come ITRE, insieme alle commissioni referenti, sul bilancio (BUDG) e affari economici (ECON). Si chiederà a tutti i Paesi di avere una visione chiara del proprio futuro e di presentare dei progetti, con degli standard molto precisi con tempi e target misurabili. Oltre a dire cosa si vuole fare, bisognerà specificare con che tempi, con che scadenze, con quali forme di monitoraggio. A proposito di monitoraggio mi ripropongo di inserire nel regolamento anche una valutazione di impatto sui risultati che riguardino l’occupazione femminile e giovanile. E la Commissione europea dovrà approvare e finanziare i progetti, monitorarne gli stati di avanzamento e regolarmente informare il Parlamento. Poi ci sono anche altri provvedimenti molto importanti che riguardano la realizzazione del Green Deal, che non è stato affatto dimenticato, come qualcuno teme. Anzi, la transizione green e digitale sono i due assi lungo i quali il Recovery Plan interverrà nei vari Paesi. A proposito del Green Deal e dei tanti provvedimenti legislativi che l’accompagnavano ne stiamo esaminando i principali, come ad esempio la Climate Law o Legge sul Clima. Un tema importante, che l’Europa sta affrontando, è quello dell’Alleanza per l’idrogeno. Se vogliamo una forte transizione verso un’energia più pulita, riducendo le emissioni di Co2, dobbiamo, come stiamo facendo, passare dai combustibili fossili alle energie alternative rinnovabili. Già oggi, molta energia elettrica è già fornita dalle rinnovabili, ma questi processi di cambiamento devono andare ancora più speditamente, perciò abbiamo previsto di ridurre ulteriormente i target relativi alle emissioni e di renderli più cogenti per arrivare al 2050 con una economia con “zero emissioni”. Per questo è nata l’Alleanza per l’idrogeno, una strategia europea che mette insieme produttori, ricercatori, università e altri stakeholder, sostenuta da un forte impegno finanziario dell’Unione, per realizzare i progetti e per sviluppare energia dall’idrogeno. Molte tecnologie emergenti, su cui l’Europa ambisce a raggiungere un primato, hanno bisogno di un grosso sforzo nella ricerca per diventare sostenibili anche economicamente. Così si è fatto con l’alleanza per le batterie, investendo molte risorse per progettar e produrre batterie con grandi capacità di accumulo, per sostenere la mobilità elettrica. Questi investimenti, che vanno dalla ricerca all’applicazione produttiva, sono essenziali per unire obiettivi ambientali e risultati di politica industriale. Altrimenti, come è successo con i pannelli solari, creiamo degli standard europei e poi dobbiamo, per soddisfarli, comprare i pannelli prevalentemente prodotti in Cina. È importante invece che gli standard e gli obiettivi di politica ambientale vadano di pari passo con una coerente strategia industriale, che consenta di realizzarli sostenendo alla stesso tempo anche la capacità produttiva europea.

Nella commissione ITRE, stiamo affrontando i dossier relativi alla Strategia dell’economia dei dati e dell’intelligenza artificiale, su cui è intervenuto recentemente, anche sui giornali italiani, il commissario Breton. La trasformazione digitale, infatti, ha anche un grande potenziale di sfruttamento dell’economia dei dati. Se i dati sono il nostro petrolio, va utilizzato bene questo giacimento. Il pacchetto della Strategia si compone di varie parti: primo come sviluppare l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni, secondo le regole e la difesa di alcuni valori che per noi europei sono fondamentali anche nel digitale. Ad esempio la difesa della privacy, il rispetto delle libertà delle persone e dei diritti fondamentali. È un punto chiave per noi, ma non è così nei paesi asiatici, e neanche negli USA. Quindi tecnologie più avanzate, applicazioni industriali, formazione alle tecnologie digitali, regole etiche chiare anche per utilizzare i dati. Segnalo infine il tema del cloud europeo, su cui è partita un’iniziativa franco-tedesca, Gaia-X, cui spero che anche l’Italia aderisca presto. In sintesi, l’Europa deve avere una sovranità tecnologica, cioè una sua capacità di innovazione, senza dipendere solo dai grandi attori di questo settore che sono prevalentemente americani o asiatici. Quindi serve investire molto e farlo insieme a livello continentale, anche per creare dei “campioni europei”. Altrimenti saremo succubi, meri fruitori e consumatori di prodotti e di tecnologie sviluppate altrove. Questa è una grande strategia che riguarda l’innovazione ma anche la libertà, l’autonomia, la sovranità dell’Europa nel campo digitale.

L’accordo nel Consiglio europeo sul Quadro Finanziario Pluriennale riduce però i fondi per la ricerca ed altre importanti politiche, rispetto a proposte precedenti. Cosa ne pensa? Il Parlamento lo approverà?

Sulla ricerca abbiamo approvato il nuovo programma settennale Horizon. Si era partiti con certe ambizioni nella proposta della Commissione e il Parlamento voleva arrivare a 100 miliardi. Purtroppo, per chiudere il negoziato sul Recovery Plan al Consiglio europeo, nella famosa ultima notte dell’accordo, hanno ridotto alcune voci e tra queste anche la ricerca. L’attuale proposta di 80 miliardi nel budget pluriennale è insufficiente, anche se è più dell’attuale programma di Horizon in corso. State sicuri che quando approveremo il budget pluriennale (2021-2027) in Parlamento in autunno ci batteremo per aumentare i fondi per almeno tre voci: Erasmus+, la ricerca e gli investimenti nel sociale.

I capigruppo dei principali gruppi europeisti nel Parlamento (Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democratici, Renew Europe e Verdi) hanno posto come condizione per approvare il Quadro Finanziario Pluriennale la definizione delle condizioni relative allo stato di diritto. Andrete fino in fondo?

Questo è un punto critico che ci vede sul piede di guerra, se così posso dire. Per quanto riguarda il legame tra il bilancio e difesa dello stato di diritto vedo con molto favore questa presa di posizione e mi fa piacere che anche altri gruppi, oltre al mio dei Socialisti e democratici, abbiano sottoscritto questa richiesta. È necessario dire che ridurremo le risorse europee alla Polonia, all’Ungheria – o altri Stati – se non rispetteranno i principi europei dello Stato di diritto. Bisogna far capire che c’è un meccanismo di coerenza nelle scelte europee: non si può, da un lato, finanziare un Paese e, dall’altro, constatare che questo Paese non rispetta i diritti fondamentali. Quindi la “borsa” e il rispetto dello Stato di diritto devono andare insieme. È un modo per responsabilizzare questi Paesi. Non so che soluzioni specifiche troveranno, ma la lettera fa capire che il Parlamento europeo è intenzionato a non far cadere la questione nel vuoto.

Cosa pensa delle dimissioni di Phil Hogan da Commissario al commercio, e delle vicende che lo hanno spinto alle dimissioni?

Si sta rafforzando l’idea che il comportamento di un politico, anche quello privato, debba essere coerente con i principi di riferimento della sua azione politica e delle istituzioni dove opera. Non c’è una “verità delle istituzioni”, in cui esiste un diritto e una regola, e poi nella vita privata un comportamento in contraddizione con esse. Non può essere così. Pur senza entrare nella sfera privata e nella libertà di ciascuno, va ribadito che la coerenza è necessaria. Non si può predicare una cosa e poi farne un’altra. Così non è passata sotto silenzio la partecipazione del Commissario Hogan ad una cena con, pare, 80 persone praticamente all’indomani o subito dopo una decisione del suo Paese, l’Irlanda, di vietare assemblee e riunioni con più di un certo numero di persone, mi pare 10. C’erano con lui anche alcuni ministri ed esponenti politici del suo Paese, che si sono dimessi subito. Ho l’impressione che Hogan abbia aspettato un po’ troppo, pensando forse che calasse la protesta. Si fa spesso l’esempio della Germania dove a volte per una piccola bugia o per fatti di scarsa importanza senza rilievi penali si finisce per dover lasciare un incarico pubblico. E a me pare che ciò sia giusto.

Qual è il suo auspicio per il prossimo anno dell’Unione Europea?

L’Europa ha fatto un grande passo avanti con tutte le misure che ha adottato e con questo senso di responsabilità comune che ha avuto. Mi auguro che in questo anno così complicato che avremo, l’Unione mantenga questo tono alto e ambizioso della sua azione, cioè continui a lavorare come Europa sempre più comunitaria. Mi auguro che i Paesi siano all’altezza di questa sfida, e che ora tutti – dopo aver chiesto, proposto, frenato – lavorino in questa direzione, inclusa l’Italia. L’Unione ha sviluppato inoltre SURE, dedicato alle misure di sostegno all’occupazione e contro la disoccupazione. Pensate che all’Italia andrà quasi un terzo di tutti i fondi, 27 miliardi su 100. Ho citato SURE perché mi auguro che questo impegno comunitario nel sociale veda altri passi avanti. Vorrei un’Europa più unita, più solidale, più verde, più digitale ma anche più sociale. Noi lavoriamo per l’ambiente, per il progresso tecnologico, ma dobbiamo sempre ricordare che al centro di tutto questo c’è l’uomo, che ha dei bisogni di solidarietà che l’Europa deve sempre più ascoltare e affrontare. La scelta tra più o meno Europa, che era il dibattito previsto nella Conferenza sul futuro dell’Europa, è già stata fatta per necessità durante la pandemia. E quindi adesso si tratta di dare all’Europa gli strumenti per agire e auspicabilmente, a mio avviso, affrontando lo spinoso, ma indispensabile, problema della riforma dei trattati.


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