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Le parole sono importanti, specie quelle sbagliate. La lezione di AOC - dal blog di Michela Di Biase su HuffPost

29 Luglio 2020

Mansplaining, catcalling e altre forme di molestia verbale contro le donne. Dobbiamo chiedere a gran voce una rivoluzione del linguaggio e dei comportamenti, reagire, anche puntando il dito, col coraggio che abbiamo




“Sono sposato da 45 anni ed ho due figlie femmine”: queste le parole utilizzate dal deputato repubblicano Ted Yoho dopo aver definito la sua collega Alexandria Ocasio-Cortez “fucking bitch”, alla presenza di un taciturno deputato repubblicano che, appunto, non ha proferito una parola. Per giustificare la sua violenza verbale, per autoassolversi, decide di farsi scudo delle sue figlie femmine, lui, prototipo del maschio eterosessuale e bianco, dell’uomo di potere, non si pone minimamente il problema di chiedere scusa e di riflettere su quale sia il cuore della questione.

Qualche giorno fa, in casa nostra, la consigliera regionale della Toscana Monia Monni, è stata invitata da un suo collega a “stare buona”, nel tentativo di zittirla all’interno di un’Aula Istituzionale.

Il mansplaining – temine coniato da Rebecca Solnit e ripreso in Italia dalla scrittrice Giulia Blasi con il più diretto “minchiarimento”- indica l’inclinazione degli uomini a spiegare alle donne in maniera paternalistica e arrogante cose che loro stesse conoscono bene se non addirittura meglio di loro, dando per scontato che alcuni argomenti siano ad appannaggio esclusivamente maschile.

Sono di appena qualche settimana fa gli ultimi esempi da raccontare, per voce della scrittrice Valeria Parrella intervistata, nel ruolo di finalista al Premio Strega o per quella di Michela Murgia, riferite all’episodio accaduto durante la sua intervista radiofonica a Raffaele Morelli. 

 

Altro genere di violenza verbale è il catcalling (chi di noi non lo ha subìto almeno una volta) ovvero molestie sessuali di strada che si verificano quando ti vengono urlati commenti o gesti di cattivo gusto. Questa modalità colpisce soprattutto le giovani; le violenze verbali di ogni genere costituiscono alcune delle tante esperienze nelle quali le donne sono, troppo spesso, oggetto della brutalità degli uomini.

Verrebbe da domandarsi, visto l’aria che si respira all’interno delle Aule Istituzionali, quale sia il livello a cui siamo arrivati nei posti di lavoro, per strada, nelle nostre case, lontano dai riflettori. Talmente tanto comuni questi episodi da aver generato assuefazione. 

In Italia, più che altrove, questo fenomeno si accompagna anche a un diffuso tentativo di rimozione del genere femminile: basti pensare al tema dei diritti delle donne che marciano sul posto, anziché andare avanti, perché costantemente messi in discussione -ad esempio- da proposte di legge prodotte da uomini in Parlamento e nelle Regioni che spesso riguardano il corpo delle donne, il diritto alla maternità o alle cure.

Addirittura negli eventi si ignorano le donne, relegate molto spesso nel ruolo di moderatrici di punti di vista di soli uomini anche su temi cruciali per il nostro Paese, i cosiddetti “manel” lì dove il prefisso parla da sé.

Da quali radici germoglia questa gramigna? Diventa essenziale comprenderlo fino in fondo se vogliamo sradicare questi comportamenti lesivi per la dignità delle donne e dannosi per un Paese intero.

Tutta la nostra società poggia saldamente sul patriarcato: fortemente patriarcale è anche quella americana di cui Yoho rappresenta l’essenza. Tante le facce assunte, abile nei travestimenti, il patriarcato racconta bene sé stesso ogni volta che veniamo interrotte durante una discussione, quando il capoufficio si aspetta da noi il caffè, nel Gender Pay Gap, negli incontri convocati alla fine dell’orario di lavoro, nel sovraccarico familiare delle donne, nelle offese sessiste rivolte ad una collega.

 

Tornando alla violenza verbale subita da Alexandra Ocasio Cortez, nessuno stupore da parte sua che –racconta- ha vissuto queste situazioni tante e tante volte, quando era cameriera nei locali di NY, in metropolitana e da ultimo nel suo ruolo di rappresentante dei cittadini al Congresso.

La novità stavolta è che AOC chiarisce di non voler soprassedere rispetto alle offese e lo fa in primis a difesa delle figlie di Yoho: non accetta le scuse e rovescia il tavolo, parla di un enorme problema culturale dei maschi che insultano e di quelli che tacciono, di un senso di totale impunità che accetta la violenza e ammette l’uso attraverso il linguaggio. Ecco il vero insegnamento di AOC: aver ridato alle Istituzioni un ruolo di motore del cambiamento sociale, rivendicando di non essere lì solo per una parte, ma per tutte le cittadine e i cittadini. AOC fa una battaglia per tutti, anche per noi.

Chiedere a gran voce una rivoluzione del linguaggio e dei comportamenti, reagire, anche puntando il dito, col coraggio che abbiamo. Perché le parole sono importanti, soprattutto quelle sbagliate.


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