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Sassoli: «In Libia troppi attori in campo, lavoriamo per il ritiro dei militari stranieri» - intervista del Corriere della Sera

19 Gennaio 2020

Il presidente del Parlamento Europeo: «L’Europa è decisiva in questo passaggio. La Conferenza di Berlino può dare i risultati attesi da tempo»



di Francesca Basso

«La premessa di tutto in Libia è il raggiungimento di una tregua stabile. Il cessate il fuoco è il primo atto da consolidare, seguito dall’embargo sulle armi». Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, è da giorni che insiste sulla «necessità di riavviare il dialogo», anche quando l’8 gennaio ha incontrato a Bruxelles il capo del Governo di accordo nazionale Fayez al Sarraj, in missione nella capitale belga per un confronto con i massimi esponenti delle istituzioni europee (il presidente del Consiglio Ue Charles Michel insieme all’Alto rappresentante Josep Borrell). «Il momento è molto delicato — sottolinea — ma a Berlino c’è la possibilità di fare progressi e avviare un processo negoziale».

C’è chi sostiene che l’Ue abbia perso di centralità in Libia e tutto sia in mano a Russia e Turchia. È così?

«Se si è arrivati alla Conferenza di Berlino è perché c’è stato uno sforzo da parte dei governi europei, che ha permesso all’Unione di sviluppare un’iniziativa e consentire così alle Nazioni Unite di rilanciare la propria azione. L’Europa ha dimostrato di avere grandi possibilità di intervento nella scena internazionale. Il conflitto libico via via ha visto aumentare le influenze straniere: Turchia, Egitto, Russia, Emirati. E tutto questo ha impedito di lavorare ad un processo di pace. La Conferenza di Berlino oggi può dare i risultati attesi da tempo perché gli europei parlano con una voce sola. Casomai le divisioni maggiori adesso sono altrove».

La Grecia si è risentita per non essere stata invitata.

«Atene sente molto la presenza turca nell’area del Mediterraneo orientale e giustamente chiede rassicurazioni. Sono certo che arriveranno».

Nella bozza di conclusioni della Conferenza di Berlino girata alla vigilia tra gli obiettivi ci sono la tregua e l’embargo sulle armi destinate alle Libia. Si torna alla missione Sophia che è stata bloccata per volere dell’Italia?

«Tutto parte dalla tregua. È importante che da giorni non si spari praticamente più e questo è il punto di partenza per ogni iniziativa futura. Impedire l’afflusso di armi è fondamentale non solo via mare, ma anche via terra e aria. Dal mio punto di vista sarebbe utile pensare a una missione con un mandato più ampio. Questo sarà un nodo chiave della conferenza di Berlino».

Tra i passaggi della bozza si parla anche di una Commissione di esperti economisti per mettere a punto riforme economiche strutturali in Libia. È qui che la Ue si ritaglierà un ruolo?

«Non bisogna correre troppo. Se si riesce a rafforzare la tregua, a consolidare il cessate il fuoco, a monitorare l’embargo, allora è evidente che si aprirà una stagione nuova in cui anche le riforme economiche accanto a quelle politiche potranno vedere impegnata l’Unione europea. Questo processo sarà anche utile per mettere in sicurezza i campi profughi presenti in Libia che accolgono persone in condizioni disumane. L’Ue si sta concentrando anche su questo. La stabilizzazione della Libia è utile anche dal punto di vista della soluzione di aspetti umanitari che in questo momento sono per noi imprenscindibili perché inaccettabili. Fra propaganda e inettitudine ci sono stati governi che nel recente passato hanno diviso gli europei e cercato di lucrare sulle sofferenze della povera gente».

L’inviato speciale Onu in Libia Ghassan Salamé ha denunciato la presenza di combattenti di dieci nazionalità. La Turchia ha scritto una lettera aperta dicendo all’Ue di fidarsi. Come sono i rapporti dell’Ue con i principali attori, Turchia e Russia?

«In questo momento serve un impegno per ridurre le presenze e le attività militari sul campo. In Libia ci sono circa 6 mila combattenti nei due fronti, e metà sono stranieri. Questo per capire quanti interessi esterni si siano concentrati nel conflitto libico. A Berlino si lavorerà anche per il ritiro delle presenze militari in Libia».

La politica estera dei singoli Paesi Ue resta più influente di quella dell’Ue?

«Nelle ultime settimane abbiamo visto governi europei lavorare insieme e consentire all’Unione di usare la sua macchina diplomatica a sostegno del processo di Berlino. L’Europa può offrire pace e stabilità e con pragmatismo avviare processi di dialogo. Questo è un giorno importante e con fiducia ci aspettiamo che da parte di tutti gli attori stranieri presenti in Libia vi sia responsabilità e disponibilità. La Libia deve tornare nelle mani dei libici in un quadro di sicurezza e stabilità».


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