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Parte il Green Deal della Ue, Sassoli: “Per l’Ilva pronti 4 miliardi. E’ l’addio al carbone” - Intervista al presidente dell’Europarlamento, David Sassoli de Il Messaggero

14 Gennaio 2020

Presidente Sassoli, lei ha detto che l’Europa può essere leader mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Come?

«Oggi è una giornata particolarmente importante. Parte proprio in queste ore il processo per capire come si svilupperà la nuova strategia dell’Unione europea che porterà a un nuovo modello di sviluppo: il Green Deal. Si tratta di un modello improntato alla sostenibilità climatica, ma anche alla sostenibilità sociale, economica, finanziaria. Ci saranno 50 proposte legislative nei prossimi due anni e la prima sarà varata oggi. Ed è molto importante, perché riguarda il fondo “per la transizione giusta”: come liberarsi dalla dipendenza dal carbone senza perdere posti di lavoro ma ristrutturando le aziende».

 

Ci saranno fondi anche per la riconversione ecologica dell’acciaieria ex Ilva di Taranto?

«Certo. E questo fondo “per la transizione giusta” avrà un impatto decisivo per il nostro Paese. Vi potranno attingere sia le Regioni, sia i settori nazionali e le aziende dei Paesi che hanno sistemi industriali dipendenti dal carbone. L’Italia avrà a disposizione probabilmente dai 4 miliardi in su. Ora il tema è allineare le agende nazionali all’agenda europea: questo è il punto strategico e politico di questa fase».

 

Un’altra crisi industriale è quella di Alitalia. Il governo ha varato un prestito ponte di 900 milioni. Si rischia la procedura per aiuti di Stato?

«Ciò verrà verificato, non c’è alcuna decisione. Ma sono certo che il governo e Alitalia sapranno motivare il prestito e sono convinto che l’Europa saprà ascoltare. C’è ancora tempo».

 

Nelle ultime settimane lei è stato presente sul dossier libico. Cosa ne pensa del mezzo fiasco del vertice di Mosca, con Al-Serraj che ha rifiutato di incontrare Haftar e il generale della Cirenaica non ha voluto siglare l’accordo per una tregua duratura?

«Siamo in una fase molto delicata. Tutto ciò che è avvenuto negli ultimi giorni porta a chiarire i passi per un accordo sostenuto dalle parti in campo. C’è stata un’iniziativa diplomatica di Paesi europei, dell’Unione europea, degli attori che sono presenti nel contesto libico. Naturalmente noi stiamo lavorando perché abbia successo non un singolo passaggio, ma la conferenza di Berlino prevista per domenica. Aspettarsi oggi che le parti chiudessero la trattativa non era in agenda. Il lavoro continua verso Berlino».

 

Scommette sul fatto che sarà la conferenza di Berlino l’appuntamento giusto per l’accordo?

«Ogni sforzo deve partire da una tregua condivisa. Se non c’è questa premessa non possono esservi successive iniziative. Abbiamo visto che le ambizioni dei Paesi europei si sono abbassate e l’Unione europea ha potuto insistere per una tregua. Su questa richiesta si sono espressi anche altri attori del contesto libico, come la Turchia e la Russia, e credo che questo costituisca la base di un consenso internazionale cui Haftar e al-Serraj non possano sottrarsi. La notizia di oggi non è che i due leader libici non si sono incontrati a Mosca, perché se si fossero incontrati cosa si sarebbero potuti dire a Berlino? E l’altra cosa importante di queste ore è che la Turchia e la Russia hanno rilanciato la proposta europea della tregua. Putin ed Erdogan sembrano convinti e ciò è molto importante».

 

Però Putin ed Erdogan rischiano di farla da padrone, avendo un approccio molto più pragmatico e diretto dell’Europa riguardo alla crisi libica…

«Russi e turchi sono presenti sul campo. E questo ha un peso. Ma sono arrivati alla richiesta di tregua dopo la visita di al-Serraj a Bruxelles, dove tutte le istituzioni europee, Commissione, Consiglio e Parlamento, hanno detto che era il primo passo necessario e indispensabile. Da quel momento tutti gli attori, russi e turchi compresi, si sono espressi a favore. Dunque non andiamo a rimorchio di nessuno. Anzi, questa è la dimostrazione che se le ambizioni degli Stati membri si abbassano, l’Europa può avere . . . , una propria iniziativa».

 

Quando parla di ambizioni si riferisce alla Francia che ha sempre svolto un ruolo ambiguo, sostenendo Haftar e non il governo riconosciuto dall’Onu di al-Serraj?

«Tradizionalmente sulla Libia sono tanti i governi che per storia, interessi economici, presenza nella regione, hanno una naturale influenza. Credo che per gli Stati membri sia necessario ridurre queste ambizioni. E abbiamo visto con grande favore una diplomazia italiana che si è molto sviluppata in questi giorni, ma anche un ripensamento della Francia nel considerarsi l’unico interlocutore. Credo che in questo senso stia crescendo la possibilità per l’Unione europea di parlare con una voce sola».

 

Ha fatto accenno al ritorno di Roma sulla scena diplomatica, non crede che sia arrivata troppo tardi quando ormai altri attori, come la Russia e la Turchia hanno preso spazio e campo?

«La storia è nota. Abbiamo passato diversi anni nell’immobilismo e a giocare sulla questione libica come se fosse un tema di politica interna e questo è avvenuto in diversi Paesi europei». E si può recuperare lo spazio e l’influenza perduti? «Sono convinto che l’Europa possa garantirlo. Lavoriamo per questo».

 

La presidente della Commissione, von der Leyen, chiede che sia l’Onu e non la Turchia e la Russia a guidare il processo di stabilizzazione libico.

«Vedremo a Berlino. Penso che l’Unione possa essere molto attiva anche sul campo, ma tutto è conseguente ad una tregua robusta. Dopo, con il consenso delle parti, ci potrà essere anche una missione di peace keeping europea sotto la bandiera dell’Onu».

 

Il ministro degli Esteri Di Mai o auspica che questa eventuale missione militare sia a guida italiana. Cosa ne pensa?

«Se ne parlerà Ricordo che il modello libanese, sotto l’egida dell’Onu, funziona con un comandante a rotazione. Siamo in un momento cruciale».

 

Questo riguarda anche il futuro dell’Europa?

«Certo. Oltre al Green Deal, l’Italia dovrà essere molto presente anche nel dibattito sul bilancio pluriennale dell’Unione. Vale a dire: dove mettere i soldi nei prossimi sette anni. Questi due negoziati sono il cuore della ripresa, della crescita europea e dello sviluppo del nostro Paese».

 

Per questo tifa perché il governo Conte vada avanti?

«Questo governo è utile all’Italia e gode della fiducia europea».

 

Però potrebbe cadere se il 26 gennaio l’Emilia Romagna passasse nelle mani del centrodestra…

«E sarebbe assurdo. In Europa un voto regionale ha una valenza regionale. Se la cancelliera Merkel si fosse dovuta dimettere tutte le volte che la Cdu ha perso un Land…».


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