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E' la democrazia illiberale che accomuna la Lega e Putin - intervista a Paolo Gentiloni de La Stampa

15 Luglio 2019

di Francesco Grignetti


Presidente Gentiloni, il Pd sembra avere rotto gli indugi su Salvini. E’ forse cambiato lo scenario dopo che palazzo Chigi ha smentito la versione del leghista?

«Con il suo comportamento Salvini offende l’Italia, le nostre regole, la nostra collocazione internazionale. Zingaretti ha chiesto di incontrare i presidenti Fico e Casellati per garantire una cosa elementare: che la questione approdi in Parlamento. La nota di palazzo Chigi è la novità delle ultime ore: emerge ora che il ministro dell’Interno, tra una battuta e l’altra, ha dichiarato cose non vere e questo rende ancor più insostenibile la sua attuale posizione».

 

Intende la posizione di ministro?

«Salvini ha negato di aver fatto invitare Savoini nelle delegazioni ufficiali, ma questo è smentito dalla mail che voi della “Stampa” avete pubblicato. E quando gli si chiede di chiarire in Parlamento la sua posizione, se la cava con battute sulle bottiglie di vodka. A questo punto penso che sia olto difficile che possa chiarire; e questo è incompatibile con la sua funzione di ministro dell’Interno».

 

“Incompatibilità con la funzione”. Vuole dire che un conto erano i rapporti politici di un segretario della Lega, altro è un vicepremier che cerca sovvenzioni in Russia?

«La cosa più incredibile nella posizione di Salvini è che di fronte alla registrazione della conversazione nel corso della quale un suo fedelissimo tratta una tangente da 65 milioni di euro a nome della Lega, da parte del leader non c’è reazione alcuna! Neanche lo definisce un truffatore o un mariuolo. Qui, finora c’è stata una reazione quasi ridicola. “Savoini, chi?”. Il punto è duplice e molto serio: da un lato, un ministro dell’Interno che non dice la verità agli italiani; dall’altro, i risvolti internazionali che possono venire da questa storia».

 

Lei teme che per colpa dell’affaire russo possa nascere un cordone sanitario attorno all’Italia?

«Guardi, noi abbiamo ascoltato per settimane gli annunci di questa maggioranza, e in particolare di Matteo Salvini, che dopo il voto europeo i vertici di Bruxelles avrebbero fatto gli scatoloni. La realtà è stata diversa. E purtroppo per l’Italia, perché non ce lo meritiamo, in Europa siamo già circondati da un cordone sanitario».

 

Ovviamente anche l’altra sponda dell’Atlantico gronda diffidenza.

«È abbastanza evidente il riferimento culturale al modello Putin. Un modello di democrazia autoritaria che Putin stesso ha descritto in modo molto efficace in una recente intervista al “Financial Times”. Quando Salvini, durante una visita a Mosca organizzata dal suo collaboratore Savoini, disse che lì si sentiva a casa e non a Bruxelles, non era soltanto una simpatica battuta. Traduceva quella che può essere una rottura di schieramento, che per noi è stato straordinariamente coerente lungo 70 anni pur nell’alternanza di tanti governi diversi. Non vorrei che Salvini abbia l’illusione, alla maniera di Erdogan, che l’immagine di uomo forte sia sufficiente per conquistare la simpatia di Trump».

 

Di Maio è stato brusco. Non pensa che sia alle porte una rottura?

«Molto dipenderà da quelle che saranno le loro scelte nei prossimi giorni. Anche il premier non potrà ignorare una vicenda di questa portata. L’impressione, però, è che il M5S sia disposto a tutto pur di far rimanere in piedi il governo. E del resto può darsi che questa scelta non gli venga neanche troppo difficile, visto che sono ben note le simpatie che una parte significativa di quel movimento ha per la Russia: penso all’episodio del Venezuela, ma anche ai rapporti con la Crimea».

 

Il suo Pd invece resta saldo a difesa dei valori euroatlantici, si direbbe. Su questa prospettiva, non potreste trovare un dialogo in Parlamento con i grillini?

«Sarei ben felice di un loro ravvedimento operoso, ma non vedo al momento alcun segno. Aggiungo che, oltre la dimensione dei rapporti internazionali, è altrettanto seria la questione istituzionale: le destre sovraniste sono innamorate di un modello di democrazia illiberale. Se un magistrato prende una decisione sgradita, viene insultato. Se un’autorità indipendente esprime un’opinione diversa, è invitato a presentarsi alle elezioni. E c’è una terza dimensione: gli ideologhi del dialogo tra Lega e Russia sono gli stessi che promuovono un tradizionalismo religioso il cui reale bersaglio è Papa Francesco. Non dobbiamo stupirci poi se il ministro dell’Interno esibisce un crocefisso verso una piazza da cui partono bordate di fischi per il Santo Padre».


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