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David Sassoli: gli sbarchi, questione europea. La priorità: riformare Dublino - intervista del Corriere della Sera

06 Luglio 2019

Il presidente neoeletto dell’Assemblea di Strasburgo: «I governi ascoltino il Parlamento. Carola? Salvare vite è un dovere»


di
 Paolo Valentino

«Se non dotiamo l’Europa di strumenti per intervenire e governare i fenomeni migratori, i casi di cronaca riprodurranno sempre le stesse modalità e le solite domande: cosa fa l’Europa, dov’è l’Europa? Qui si gioca una partita decisiva, il trasferimento di potere. Dobbiamo mettere l’Unione in condizione di occuparsi dell’immigrazione come di altri temi. La proposta del Parlamento europeo, votata nel dicembre 2017 e mai discussa dai governi, dà degli strumenti. Dice per esempio che chi arriva in Italia, a Malta o in Grecia arriva in Europa. L’immigrazione è una questione epocale e il Consiglio deve riprendere in mano la nostra proposta. Ci sono buone idee per non lasciare soli i Paesi. Il richiamo alla riforma di Dublino ci ricorda anche che i governi sono spesso sordi alle sollecitazioni del Parlamento». Da mercoledì scorso, David Sassoli è il nuovo presidente del Parlamento europeo. È il primo deputato del Pd a guidare l’Assemblea di Strasburgo, dove siede da tre legislature. Questa è la prima intervista concessa dalla sua elezione.

Sea Watch e Carola Rackete: siamo in presenza di un gesto da eroina o di una violazione della legge?

«Salvare le vite in mare è un dovere e chi lo fa non può e non deve essere perseguito. Nel caso della Sea Watch ci sono tuttavia profili giuridici ancora aperti e spetta alla magistratura italiana verificarli e dire l’ultima parola».

Lei è stato eletto presidente di un Parlamento europeo «umiliato e offeso». La procedura degli Spitzenkandidat spazzata via, le nomine sono decise senza alcuna trasparenza, al chiuso delle stanze del Consiglio europeo. Molti suoi colleghi parlano di tradimento degli elettori. Come intende muoversi per ristabilire la credibilità, il prestigio e il ruolo dell’Assemblea?

«Abbiamo creduto molto negli Spitzenkandidat. C’è stata la campagna elettorale delle famiglie politiche europee. Tutti si aspettavano che il processo fosse rispettato e da questo uscisse la designazione del presidente della Commissione. Così non è stato. E la mia candidatura è nata in Parlamento, in una convergenza fra i gruppi politici per poter avviare una legislatura che dobbiamo utilizzare anche per migliorare gli strumenti della democrazia europea. Uno di questi è quello dei candidati di punta e il modo di proteggere la volontà dell’elettore».

Ma la strada per cambiare i trattati rischia di essere lunghissima?

«Serve un patto politico fra le istituzioni. E credo che la proposta di una conferenza inter-governativa sugli strumenti della democrazia europea possa essere utile. Lavoriamoci. Il terreno è fertile. Si può fare in modo che questa legislatura perfezioni non solo il sistema degli Spitzenkandidat, ma anche per esempio il potere di iniziativa del Parlamento, ancora troppo debole. Il momento è quello giusto. Dobbiamo essere creativi perché toccare i trattati è complesso».

Quanto è alto il rischio che Ursula von der Leyen non ottenga la fiducia del Parlamento come presidente della Commissione?

«Ho già incontrato la signora von der Leyen e le ho garantito che il percorso sarà trasparente, nel rispetto delle prerogative di tutte le istituzioni. Mercoledì prossimo ho convocato una conferenza dei presidenti dei gruppi parlamentari per un primo confronto con la candidata designata. Poi saranno le forze presenti in Parlamento a esprimere il loro giudizio».

Uno dei problemi che avrà da presidente è il rapporto con il gruppo Identità e Democrazia nel quale siedono i partiti sovranisti, fra i quali la Lega. Il cosiddetto «cordone sanitario» è scattato nel voto sui vicepresidenti: il candidato della Lega non è stato eletto e Matteo Salvini ha parlato di discriminazione antidemocratica. Come si regolerà?

«Sinceramente l’espressione “cordone sanitario” è infelice. Ma è dentro un percorso trasparente e democratico: i vicepresidenti sono votati dall’aula e i presidenti delle commissioni dai loro membri nel rispetto del regolamento, che sulle persone prevede voto segreto. Io farò rispettare le regole e garantirò agibilità per tutti».

Anche per i sovranisti quindi?

«Certo. E lo sanno anche loro. Credo sia necessario abbassare i toni. L’importante è partecipare al processo democratico. Ma le posizioni si conquistano con il consenso. Funziona così anche a Montecitorio e al Bundestag».

L’accordo sulle nomine ha una forte impronta carolingia, con Francia e Germania a dividersi le cariche apicali. Stiamo facendo ancora l’errore di marginalizzare l’Europa del Centro e dell’Est?

«Serve una partecipazione più larga di tutti. Ecco perché riflettere sugli strumenti della democrazia europea può consentire di dare un ruolo da protagonisti anche ad altri Paesi e altre regioni. La riflessione che propongo di cominciare sin dall’inizio di questa legislatura ci può portare a un’Europa più unita, rappresentativa e in grado di decidere. Il risultato delle elezioni e il mese trascorso dopo il voto ci segnalano l’urgenza di mettere le mani sui meccanismi di funzionamento dell’Unione».

È questo che intendeva nel discorso inaugurale, quando ha detto che bisogna rispondere con più coraggio alle richieste dei cittadini europei?

«L’Europa non è la Spectre, ma viene spesso percepita come troppo lontana. Accorciare questa distanza è fondamentale. Molte istanze anti-europeiste nascono anche da scarsa informazione. Il voto ci ha detto cose importanti. Un’inchiesta di Eurobarometro che presenteremo nei prossimi giorni dice che la partecipazione al voto è stata la più alta dal 1994, per la prima volta dopo 20 anni ci sono stati più elettori che astenuti, tra il 2014 e il 2019 il voto giovanile è passato dal 14% al 42%. Ai primi posti tra le motivazioni, c’è stato il dovere di votare per far cambiare le cose. La politica e le istituzioni devono riflettere di fronte a queste domande».

La sua formazione intellettuale è quella del cattolicesimo democratico. Qual è la lezione che porta nel suo nuovo incarico?

«Abbiamo una storia che non dobbiamo dimenticare. Le culture politiche europee possono ancora dirci tanto e ci consentono orgogliosamente di dire che siamo diversi da altri, che siamo dentro un meccanismo di democrazia, nel quale la partecipazione dei cittadini conta ancora molto. Se c’è un tema sul quale tutti ci ritroviamo è che il Parlamento deve essere veramente la voce dei cittadini e vale se li rappresenta. Per questo ho detto che il Parlamento europeo sarà aperto alla società civile, alle lobby trasparenti e agli interessi legittimi, alle ong. Un Parlamento che non dialoga con la società rischia di trovarsi fuori gioco. Questo non possiamo permettercelo: la democrazia è un sistema fragile e si sostiene solo con la partecipazione».


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