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La Brexit dimostra che l'Europa può parlare con una voce sola - dal blog di David Sassoli sull'Huffington Post

26 Novembre 2018

Per la storia europea è un giorno triste e sciagurato. Come pensare all'Unione europea senza il Regno Unito? Come immaginare Londra lontana da Parigi, Roma e Berlino? Nell'incerto panorama continentale battuto da venti nazionalistici, la giornata di ieri, 25 novembre, è stata però anche una boccata d'ossigeno e la prova che si aggirano per l'Europa meno "sonnambuli" di quanto strombazzi la propaganda neo-nazionalista.

Il lavoro svolto dalla Commissione europea e dal mediatore Michel Barnier ha consentito ai 27 paesi della UE di parlare con una voce sola e ha dimostrato che un buon coordinamento degli interessi europei è possibile, conveniente e può far superare divergenze e sensibilità differenti. È stata una prova di buona politica. Litighiamo su tutto, ci dividiamo su decimali, virgole e quote migranti, ma sulla Brexit non è andata così riscoprendo un interesse europeo fondato sui trattati e sulle quattro libertà fondamentali simbolo dell'integrazione comunitaria. Non è poco, in un tempo nazionalista in cui Schengen viene considerato dalle formazioni sovraniste come uno strumento da superare.

Con pragmatismo e all'unanimità l'Unione ha così respinto la più grave minaccia alla propria esistenza. Era l'obbiettivo dei fautori della Brexit: provocare divisioni e contrasti fra i governi europei e arrivare a creare un'alternativa autonoma alla UE legando Londra ad alcuni paesi del nord Europa in una nuova area di libero scambio. Il disegno non è un mistero, declamato a gran voce prima e dopo il referendum.

L'intesa raggiunta tra i 27 ha messo fine a questa ipotesi e ha rilanciato la palla in campo britannico. Palla avvelenata, ben inteso. L'accordo, che dovrà essere ratificato da Westminster, ha iniziato a provocare seri sconquassi. È chiaro che per Theresa May si tratta dell'unico accordo possibile, ma dalla gran parte dei conservatori, con il gioco di sponda alquanto bizzarro dei laburisti, il testo viene considerato un vero e proprio tradimento dell'esito referendario. Il corto circuito potrebbe portare a scenari inediti.

La piazza politica londinese, non più allenata a dirimere con realismo le controversie, ci ha ormai abituati a grandi sorprese. Se il governo May dovesse essere bocciato tutte le ipotesi tornerebbero sul tavolo, compresa quella di un nuovo referendum. Difficile al momento fare previsioni. Il gioco politico nel Parlamento britannico è aperto, ma è da notare quanto si stiano rinsaldando gli interessi delle lobbies a quelle del fronte no-Brexit.

Le condizioni del Regno Unito, d'altronde, non sono più quelle di due anni fa. La sterlina si è indebolita, grandi trust si sono trasferiti nel Continente, operatori finanziari hanno lasciato la City, la crescita del paese è scivolata verso il basso della classifica europea. Non è stato un grande affare e se l'accordo raggiunto non venisse ratificato la posizione europea diventerà più inflessibile e provocare conseguenze anche drammatiche. È sufficiente mettere il naso nella questione irlandese per rendersene conto. Oppure approfondire l'intesa raggiunta sull'Unione doganale.

La questione fa impazzire gli antieuropeisti britannici perché l'accordo prevede che per 2 anni il Regno Unito non potrà siglare accordi bilaterali con i singoli Stati europei. Una spada di Damocle per coloro che vedevano nella Brexit la totale indipendenza economica della Gran Bretagna.

Il frullatore è acceso, e si potrebbe arrivare anche all'ineludibile necessità di tornare a dare la parola ai sudditi di sua maestà. Come si ricorderà il referendum venne vinto per pochi punti e ben 13 milioni di cittadini si astennero. In questo momento, inoltre, vi sono diversi milioni di giovanissimi che all'epoca non parteciparono al voto e senza indugi si schierano contro l'uscita dall'Unione europea. Seguiremo con attenzione gli eventi, e con la dovuta flessibilità ogni ipotesi.

Di certo, quello che sembrava un terremoto per l'Unione Europea si sta rivelando l'assicurazione sul proprio futuro. Strano destino. Se le cose andranno come l'accordo ha stabilito, alle ore 23 del 29 marzo prossimo ci sarà il momento dell'addio e si aprirà una stagione di transizione per norme e regolamenti che potrebbe concludersi in un paio d'anni. Da quel momento la Gran Bretagna sarà per noi europei un "paese terzo". Duro pensare che i nipoti dei tanti giovani caduti per la nostra libertà abbiano deciso di rinunciare a camminare insieme.


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