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Dove va il Ppe davanti alla minaccia sovranista - intervento di Pierluigi Castagnetti su Democratica

14 Settembre 2018

Questo voto ci dice come alle prossime elezioni europee per i democratici italiani sia possibile fare una campagna non rassegnata alla sconfitta, in cui ci si impegni a spiegare le ragioni irrinunciabili di una appartenenza a una comunità “di destino” solidale al proprio interno.

 

Del voto del Parlamento europeo su Orban si continuerà a discutere a lungo. Non si è trattato evidentemente di un evento storico (si fa un uso troppo disinvolto di questo aggettivo), ma sicuramente importante nella vita dell’Unione perché, al di là del merito dell’apertura della procedura ex art.7 del Trattato che non poteva più essere rinviata, ha cominciato a delineare scenari politici nuovi in vista delle prossime elezioni europee, sia ai livelli comunitario che – in particolare per noi – nazionali.

Non era un risultato scontato, soprattutto per le implicazioni in casa Ppe.

Scelta difficile per questo partito non solo perché riguardava un paese guidato da un partito e un leader associati, ma perché imponeva di mettere in discussione scelte strategiche a suo tempo avviate da Kohl e mai più messe in discussione, che possiamo così riassumere: l’allargamento dell’Ue a est ai paesi ex-Peco era inevitabile dopo che dieci anni prima c’era stato il crollo del Muro e la riunificazione della Germania (siamo alla CIG di Nizza, anno 2000); la Germania avrebbe dovuto rappresentare il trait d’union fra questi paesi e il resto dell’Unione;  questi nuovi paesi avrebbero dovuto essere  governati da partiti, seppur non di tradizione popolare, comunque associabili al Ppe (costatata la loro distanza dal Pse, a causa di quell’aggettivo “socialista” che evocava in loro brutte memorie), anche per controllare i rischi di una loro deriva nazionalista che già si affacciava; il Ppe e la Cdu in particolare si sarebbero assunti un ruolo “pedagogico” e “protettivo” sotto il profilo democratico, economico e della sicurezza.

L’operazione non risultò facile perché subito dopo la caduta del muro di Berlino nella maggior parte di questi paesi si affermarono governi che si dichiaravano liberali ma che in effetti erano di destra più o meno democratica, filoamericani più che filoeuropei.

Orban, quando il suo partito entrò nel Ppe, non era al governo in Ungheria: il governo lo conquistò in seguito con discorsi più populisti che nazionalisti, ma sempre compatibili con una strategia democratica ed europeista. Lo ricordo nelle riunioni  dei “Sommet” del Ppe taciturno, osservatore, quasi guardingo di fronte a tutti, aveva confidenza solo con i tedeschi. Ma lasciava intravvedere una discreta convinzione di potercela fare a conquistare la guida del paese, purché lo si lasciasse fare la sua strada. E così avvenne.

Mi pare di ricordare che pochi lo conoscessero fino in fondo, né sospettassero della sua fede democratica. Non era mai appartenuto all’ élite intellettuale, come Walesa peraltro (che però era profondamente credente e durante gli anni del comunismo aveva potuto frequentare ambienti ecclesiali in cui si formava  nuova classe dirigente), diversamente dalla dirigenza laica e liberale che ben presto si affermò a Praga. Orban sembrava un parvenu, ma molto determinato.

In questi giorni ho scambiato un tweet con Bodrato (a cosa si sono ridotti due anziani politici!) in cui dicevo: “Ricorderai quando nel 1990 il cardinale di Esztergom-Budapest, Laslo Paskai, ci disse: mandateci dei docenti di filosofia e di diritto che ci insegnino il valore della libertà e della democrazia, perché dopo più di 40 anni di dittatura qui nessuno le conosce. Forse sono stati troppo autodidatti”. Quando ci faceva questa richiesta il vescovo era molto angosciato: chi insegnerà ai giovani questi valori?

Una preoccupazione molto fondata, che in parte spiega anche il percorso faticoso verso la democrazia di tutti i paesi di Visegrad.

Il voto del Parlamento europeo del 12 settembre forse determinerà conseguenze positive soprattutto all’interno del Ppe. Personalmente non pensavo che la maggior parte dei suoi parlamentari votasse a favore, così come dubitavo lo facesse il suo capogruppo Weber, bavarese e orientato a costruire qualche forma di collegamento con i paesi sovranisti, come è emerso chiaramente dall’intervista rilasciata recentemente alla Stampa. Evidentemente ha dovuto tenere conto dell’orientamento maggioritario all’interno del gruppo e dell’indicazione che la Merkel aveva dato ai parlamentari della Cdu. Ma è importante e, come dicevo,  non senza conseguenze politiche questo voto. Immagino che potrà esserci qualche reazione a breve nelle dinamiche interne al gruppo Ppe, soprattutto da parte dei parlamentari dei paesi Visegrad. Si capirà meglio dopo le prossime elezioni in Baviera.

Ma, soprattutto, questo voto ci dice che dopo le prossime elezioni europee, che vedranno un forte ridimensionamento sia del Ppe che del Pse, l’arco parlamentare che si è espresso contro Orban sia in grado di arginare una deriva sovranista dell’Unione. E, dunque, anche per i democratici italiani sia possibile fare una campagna elettorale non rassegnata alla sconfitta, in cui ci si impegni a spiegare in modo intelligente e pacato – seppur critico – le ragioni irrinunciabili di una appartenenza dell’Italia a una comunità “di destino” veramente solidale al proprio interno.

Salvini e Di Maio continueranno a dire che per loro Orban è come la Merkel e Macron, mentre noi sappiamo e potremo dimostrare credibilmente che la libertà, la democrazia e la solidarietà continuano a fare la differenza. Una differenza non da poco.


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