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Aldo Moro oggi, il bisogno di ritrovare il bandolo - intervento di Pierluigi Castagnetti su Democratica

16 Marzo 2018

A 40 anni dall’omicidio, le ragioni dell’interesse per lo statista dc e per il suo tentativo di fondare una democrazia compiuta

 

“Ci vorrebbe Moro oggi”. “Per fare che?”. “Per farci uscire da questa impasse”. ”A parte il fatto che se ci fosse ancora Moro oggi avrebbe più di cento anni, penso che anche lui farebbe una certa fatica. Possiamo dire che se ci fosse stato negli ultimi anni ci avrebbe aiutato a non arrivare a questo punto, a capire cioè come stesse cambiando il paese. La sua costante preoccupazione era infatti quella di tenere l’orecchio sempre a terra, per non farsi travolgere da eventi poi indominabili”.

Mi è capitato molte volte, in questi giorni post elettorali, di dover fare conversazioni come questa.

Del resto sono molti i segnali di una certa nostalgia di Moro. In occasione di questo 40° anniversario del 16 Marzo, giorno che ricorda l’assassinio di cinque agenti della sua scorta insieme alla cattura e all’inizio dei 55 giorni di prigionia del presidente della DC, sono usciti diversi libri (fra quelli che ho potuto leggere segnalo Marco Damilano Un’atomo di verità e la fine della politica in Italia, ed. Feltrinelli), film e docu-film, ancor più di quanto in modo sorprendente era già accaduto in occasione del 30° anniversario.

E’ la coscienza ancora inquieta di un paese che continua a sentirsi in colpa per non essere riuscito a salvarlo in quella drammatica circostanza?

E’ il senso di debito del popolo italiano verso un padre della patria riconosciuto pressoché da tutti?

O è la ricerca di un insegnamento che aiuti a risolvere un passaggio sicuramente inedito della recente storia dell’Italia, quasi priva di partiti che abbiano scritto la Costituzione e ricostruito il Paese, anzi fortemente dominata da formazioni politiche a-ideologiche e in parte persino apparentemente a-storiche, nel vasto magistero di chi in passato aveva saputo guidare due passaggi altrettanto politicamente difficili, come quelli dalla fase del centrismo al centrosinistra e poi dal centrosinistra alla solidarietà nazionale.

O forse, più semplicemente, è la voglia di ritrovare la memoria di una concezione della politica normalmente tesa a perseguire un disegno di futuro e di interesse generale.

Tutto ciò fa di questa ricorrenza un’occasione speciale per riflettere sulla storia politica egli ultimi decenni convulsi e disorientati. Quando infatti la politica rattrappisce il senso di sé e della sua stessa responsabilità, può accadere che a soffrirne e a rischiare sia proprio la democrazia, che come sappiamo non può essere ridotta al solo momento elettorale.

Proprio due giorni fa Guido Bodrato, uno degli ultimi e più importanti testimoni della stagione morotea, ha dichiarato in una intervista che “oggi c’è il rischio che votare non significhi più affermare la democrazia bensì addirittura uscirne”, come le elezioni in Turchia in Venezuela o in Russia dimostrano. La democrazia ha infatti bisogno di istituzioni solide e contrappesate che la tengano in asse, e di personalità ispirate da virtù che la guidino, ha bisogno di senso dell’equilibrio, di rispetto reciproco, di dialogo e di coesione. La regola, anche quella elettorale, è importante ma non basta di per sé a definire la democrazia.

Mi pare che oggi vada diffondendosi nel paese, che pure vota come vota, questo senso di smarrimento verso il futuro e forse anche di paura. L’interesse per Moro oggi assume allora anche una dimensione emotiva, al punto che si ha l’impressione che “ritrovare Moro” (come intitola la copertina dell’ultimo numero dell’Espresso) significhi oggi ritrovare il bandolo.

Moro in effetti non era il demiurgo della politica italiana e ancor meno l’ideatore di scenari più o meno astratti; era uomo politico dotato di straordinaria intelligenza della storia e coraggio – che in lui significava responsabilità – di costruire le condizioni perché i cambiamenti immaginati si realizzassero.

Alla fine possiamo ben dire che ha pagato con la vita il prezzo più alto proprio a causa del coraggio e della responsabilità dimostrati nel rompere l’equilibrio storico definito alla fine della seconda guerra mondiale a Yalta.

Sapeva cioè che l’allagamento dell’esperienza di governo al Partito Comunista Italiano sarebbe stata osteggiata, sia sul piano interno che su quello internazionale, ma sapeva anche che quella scelta era indispensabile per rendere la nostra democrazia definitivamente “normale “ e capace di reggere la sfida delle trasformazioni economiche a livello mondiale da un lato e della violenza del terrorismo come metodo di lotta politica sul piano interno, dall’altro.

Quando, pochi giorni prima del tragico agguato di Via Fani, si trovò riservatamente con Berlinguer nella casa del suo amico prof. Tullio Ancora, allora vice segretario della Camera, di fronte alle parole del segretario del PCI  – ”non riesco più a trattenere i miei, non possiamo continuare a votare il governo senza essere legittimati a farne parte” – dirà “dovete pazientare, i tempi non sono ancora maturi .

“Se è così, almeno sia lei in prima persona a guidare il governo, e non Andreotti”, obiettò il leader comunista. “No, dovete accettare ancora Andreotti, perché gli
americani si fidano più di lui che di me”. Ecco un esempio di cosa fossero per Moro l’intelligenza e la pazienza della storia.

Era infatti consapevole del fatto che alla cosiddetta “ terza generazione” della DC era toccata in sorte la missione di trasformare la “difficile” democrazia italiana in “democrazia compiuta”, missione complessa perché da un lato, come già ricordato, il mondo era ancora prigioniero di Yalta, e l’Italia si trovava collocata proprio da Yalta nel versante occidentale, e dall’altro la DC faticava a prescindere dall’oggettivo condizionamento rappresentato dal suo elettorato, largamente condizionato dal forte anticomunismo di gran parte della chiesa italiana.

Problemi in parte uguali e contrari a quelli con cui doveva misurarsi il PCI sull’altro versante.

Missione difficilissima, dunque, eppure necessaria per sbloccare la democrazia italiana. Contro questo stato di necessità si scagliarono quanti ritenevano di rappresentare ciò che restava del comunismo rivoluzionario, le Brigate Rosse, appunto.

La loro aggressione terroristica al leader della DC, quel 16 marzo, si rivelò in un primo momento come un tentativo insurrezionale, a sua volta prodromico di un più ampio disegno rivoluzionario.

Furono giorni di generale disorientamento e di vero e proprio panico istituzionale, in cui quasi certamente si sono inseriti l’attenzione, gli interessi e l’iniziativa di diversi servizi segreti stranieri, largamente presenti in Italia. Le conclusioni dell’apposita commissione bicamerale proprio allo scadere dell’ultima legislatura,
hanno portato ulteriore luce e colmato molti vuoti di conoscenza lasciati dalle precedenti iniziative investigative, sia parlamentari che giudiziarie.
La magistratura ora dovrà assumere i lavori della Commissione Fioroni e da lì partire per individuare quelle connessioni che potrebbero portare alla verità completa.


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