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"Ricordare sempre"

27 Gennaio 2012

di Emanuele Fiano

 

Rabbuiati e torti, cosi devono essere stati i miei nonni, in quel viaggio abnorme che dal campo di Fossoli vicino a Carpi e prima ancora dal loro rifugio a Firenze, li portava ad Auschwitz, con mio padre e molti altri sconosciuti o quasi, in quel viaggio di feci e urine, mescolate con i loro corpi, sul fondo di un vagone da bestie, vagone di morte prima, durante e dopo. In quel vagone si raccoglie molto della nostra coscienza europea.

E quali profondità avrà raggiunto l'umiliazione di mia nonna Nella, italiana, ebrea, antifascista, mite e bella; quale umiliazione nel vedersi deprivata di ogni dignità, decenza, in un vagone divenuto per bestie umane, già schiave, una tomba viaggiante; esseri che pregano per un sorso o per un morso, che non conoscono il sonno, che non sanno di loro e del domani. E quale umiliazione davanti a suo figlio e a suo marito Olderigo, già impiegato delle poste, espulso per legge razziale dalle poste del regno, prima ammiratore del Duce e poi tradito e ucciso, prima dentro e poi fuori, in Polonia, ad Auschwitz. E quale dolore, incolmabile, in quest'uomo spezzato, come lo ricorda mio padre, senza più poter difendere la moglie, o il figlio, o se stesso; dalla vita, dai nemici, dalla morte. Senza più poter svolgere nessun ruolo, di padre o marito o di uomo. E penso a me stesso adesso al mio desiderio di difendere di insegnare e di esistere per me, per i miei figli, per il loro capire. E come saranno stati i vicini in questo vagone di dolore e lamenti, vicini ignoti o forse non tutti, e poi a poco a poco con il passare delle ore conosciuti; vicini preganti, o perduti, soli, o con un caro, un amore, un figlio; muti o morti. Quanto spazio ci sarà stato di gruppo, di comunità, in quel vagone di buio.

E poi Auschwitz, la rampa di Birkenau, latrati e urla, fari e cani, bastoni, parole dure e straniere in un linguaggio tagliente che non ha bisogno di traduzioni. Quelle che ho sentito mille volte e ancora, urlate da mio padre, come un disco della storia; quelle urla che ho dentro, come sveglia della memoria, contorno del male.

Quelle urla che dividevano, le donne e gli uomini, i bambini e gli adulti, la vita, la morte. Che hanno diviso la storia del popolo ebraico e la storia d'Europa. Che le nostre generazioni provano ancora a ricucire.

Quel viaggio lavora a lungo nella mia coscienza, come metafora di un passaggio di conoscenza, quel viaggio è la metafora di un percorso umano, molto umano. Ragionate che i volti di coloro che furono, di coloro che furono le vittime e i carnefici, di coloro che lottarono e di coloro che soccombettero, di coloro che furono indifferenti e di coloro che non volsero il viso, ecco i loro volti sono i nostri volti, non altro.

Umani, umanissimi come noi, erano i fascisti che pensarono, e scrissero, con Mussolini, le leggi razziste del 1938, controfirmate dall'umanissimo Re d'Italia nel Settembre e approvate in Parlamento nel Dicembre, umani i servitori del regime che con tanto zelo le applicarono, che ricercarono le liste degli ebrei per consegnarle ai nazisti, umani i delatori, le spie, i torturatori degli antifascisti, dei partigiani, coloro che si vendettero e che vendettero, umani i professori italiani firmatari del manifesto della razza, umani anche coloro che volsero il viso dall'altra parte, coloro che il giorno delle leggi razziste, non salutarono più mia nonna, italiani, umanissimi, coloro, che gestirono all'inizio il campo di Fossoli, o le carceri italiane dove gli ebrei vennero reclusi per la sola colpa di essere nati, umanissimi coloro che li consegnarono ai nazisti, e umani, molto umani, quasi bestiali, i nazisti veri e propri. Umani certo, e nostri fratelli, anche coloro che si ribellarono, che nascosero, salvarono, tacquero, aiutarono.

Ma anche i Nazisti erano umani, non fingete di non saperlo, anche loro fatti di carne, pensiero e anima, come noi. Non marziani, non robot. Anch'essi, le belve scatenate, capaci di uccidere migliaia di altri esseri in un giorno, capaci di spingerli nudi, in una camera a gas, capaci di picchiarli fino ad ucciderli, capaci di spappolarli il cranio per un si o per un no, capaci di violentare, di torturare, capaci di scegliere tra forti e deboli o belli e brutti, o chissà perché e decidere la loro morte immediata, capaci di tirare a segno contro i bambini, capaci di bruciare in un'ora i bambini di un orfanotrofio intero, capaci di bruciare le persone vive,e poi la sera magari di bere una birra, di cantare o di ballare e di fare l'amore. Anche coloro erano essere umani, anche loro, i nazisti, probabilmente, inspiegabilmente amavano, desideravano, sognavano. E perché, non sono forse umani, umanissimi, coloro che a Sebreniza, o nel Darfur, o in Cambogia, hanno violentato, ucciso, torturato, i loro vicini, i bambini le donne, gli infermi ?

Il comandante del campo di sterminio di Treblinka, Strangl, racconta dei fine settimana passati a casa in Austria, con la moglie, a curare i gerani, dopo che nella settimana nel campo da lui diretto qualche decina di migliaia di ebrei polacchi era passata per il camino dei forni. Lo racconta, lo sa, ne è cosciente. E perché, a Gerusalemme forse che al suo processo, Eichmann, l'emblema della banalità del male, non racconta con attenta e devastante meticolosità dell'andamento dei treni della morte ? Lui il ragioniere, divenuto lo scienziato della precisione con cui i convogli dei treni carichi di ebrei dovevano attraversare l'Europa.,cosciente che quei treni portavano alla morte milioni di ebrei.

E' questa la dannata consegna che ci viene dalla Giornata della Memoria, ricordare che ciò che è stato può essere ancora, che furono umani le vittime e i carnefici, che lo furono gli indifferenti e coloro che si ribellarono. Tutto ciò che è stato può essere ancora, se non sarà qui, sarà altrove, se non in quelle forme, in altre, se non contro gli ebrei, contro altri, se non con quei numeri con altri; ma ciò che è nelle mani dell'uomo, rimane nelle sue mani.
Non molti antidoti sono permanenti, se non la cultura profonda del nostro limite, l'ammissione delle nostre responsabilità, la coscienza che tutto avvenne qui, in Italia, in Europa, la culla della nostra cultura, che fu qui, in Europa, che 6 milioni di ebrei, centinaia di migliaia di oppositori ai fascismi, disabili, omosessuali, testimoni di Geova, Sinti e Rom, comunisti, socialisti, antifascisti, repubblicani, liberali, cattolici, renitenti alla leva, partigiani, vennero arrestati, deportati, torturati, uccisi, gasati, bruciati; per mani di loro fratelli italiani, tedeschi, europei. Ecco tutto ciò è accaduto e va conosciuto e raccontato, perché non accada mai più.Emanuele Fiano

 


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