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Fassino: La guerra fuori dal tempo di Putin - Intervento su HuffPost

18 Marzo 2022

Quando ha tagliato il cordone con i media occidentali, d’un tratto la società russa è piombata in un medioevo mediatico autarchico, autoreferenziale, antistorico.

Articolo di Piero Fassino pubblicato da Huff Post

A più di due settimane dall’inizio di questa folle guerra ucraina, la sedicente “operazione militare speciale” di Putin ha dovuto scontrarsi contro due fattori sui quali in pochi, e non solo a Mosca, avrebbero scommesso.
Il primo, la impressionante compattezza e rapidità con cui l’Occidente ha risposto a questa invasione, imprimendo una netta inversione di rotta rispetto alle forze centrifughe che avevano connotato la politica estera dei paesi Nato in questi ultimi anni. Tutto ciò ha generato importanti novità politiche che saranno destinate a influire all’interno delle agende governative di ogni singolo Stato. Il marcato euroscetticismo che aveva caratterizzato a più riprese l’asse di Visegrad ha subito una brusca frenata. Chi chiedeva meno Europa temendo una limitazione della propria sovranità, percepisce ora il rischio concreto di una minaccia da parte della Russia e ha finito per comprendere quanto una Europa forte e unita, specialmente in politica estera, sia determinante per la propria sicurezza. La “missione” dei tre capi di governo polacco, sloveno e ceco in Ucraina - alcuni dei quali non hanno mai nascosto il loro euroscetticismo - segna una svolta e rappresenta, in modo plastico, quanto talune teorie ostili a un rafforzamento dell’UE siano destinate a perdere il confronto con la realtà.
Il secondo fattore imprevisto è l'efficacia della tenace resistenza ucraina. La determinazione a combattere e l’esemplare rifiuto di concedere la veloce capitolazione che Putin pretendeva - e che molti preconizzavano - hanno allontanato pur nella tragedia quotidiana, quella guerra-lampo che al Cremlino avevano incautamente e troppo ottimisticamente previsto. La decisione occidentale di inviare armamenti a sostegno della resistenza ucraina si è rivelata decisiva per rallentare e bloccare l’avanzata russa, scongiurando lo scenario di un “negoziato-non negoziato” con una Ucraina in macerie costretta a subire i diktat di Mosca in una trattativa truccata.
La realtà è che si sono rivelati infondati tutti gli assunti su cui Putin ha fondato la sua decisione di invadere l’Ucraina. Ha pensato che un’America, ancora sotto lo shock della vicenda afghana, non avrebbe avuto la forza di reagire e invece lo scatto di Washington è stato immediato e netto. Ha scommesso su divisioni tra Stati Uniti e Europa e tra europei, che invece mai sono state così Uniti. Ha scommesso su una neutralità del mondo, che invece nell’Assemblea dell’ONU ha votato massicciamente la risoluzione di condanna dell’invasione. Ha creduto di rafforzare il consenso interno, smentito invece dalle tante manifestazioni di protesta e dissenso. Era certo della vittoria di una guerra lampo che da settimane è incagliata sulla dura resistenza di un popolo che non vuole essere suddito di Mosca.
È da tutto ciò che deriva il disorientamento di Mosca sul da farsi e, probabilmente, la reticenza di Putin ad accogliere le importantissime aperture di Zelensky: neutralità, accantonamento dell’adesione alla Nato e disponibilità a una soluzione condivisa per il Donbass. Colpisce come la narrazione di Putin sia esattamente identica a quella di due settimane fa, addirittura negando ancora che la Russia abbia messo in atto una invasione. Un evidente segno di difficoltà sottolineato anche dall’emergere in Russia di un coraggioso dissenso, anche pubblico, nonostante la repressione brutale e la riduzione sistematica al silenzio delle opinioni dissenzienti.
Ma c'è un ulteriore aspetto che altera la concezione bellica propria del secolo scorso che pervade la politica di Putin e ne frena l'efficacia: la rete, la sua pervasività istantanea, la facilità con cui con le tecnologie digitali l'opinione pubblica apprende la realtà. Non era così nelle guerre mondiali, non nel Vietnam, non fu così nemmeno in Iraq. Ma ora sì.
Le dure sanzioni che colpiscono anche i sistemi digitali, il dissenso interno sempre più visibile, la veicolazione istantanea nell’opinione pubblica delle difficoltà che l’offensiva, incontra hanno indotto Putin a tagliare velocemente il cordone con i media occidentali, con quella comunicazione globale che pure Putin aveva abilmente cavalcato. E d’un tratto la società russa è piombata in un medioevo-mediatico autarchico, autoreferenziale, antistorico. Semplicemente fuori dal tempo.
D’un tratto a questa guerra - per ideologia, tattica e armamenti condotta con metodi novecenteschi - si è aggiunta la "componente social", una variabile tutta nuova che apre fronti inediti. Oscurare i media occidentali denota un palese timore per ciò che dicono o mostrano. Eppure è quella stessa rete che per anni ha permesso a Mosca di hackerare siti terzi, di diffondere fake news, di inquinare percorsi elettorali democratici, di promuovere tesi sovraniste e fare proseliti nella ex oltrecortina. Ma ora quella tecnologia è divenuta all'improvviso pericolosa e destabilizzante, si è ritorta contro divenendo veicolo per far giungere ai russi notizie e informazioni che alimentano dissenso e proteste e svelano le bugie del Cremlino.
A testimoniarlo le surreali immagini della disperazione degli influencer russi in lacrime, e non per la tragedia dei “fratelli ucraini”, ma per la cancellazione dei profili Twitter o Instagram, dimostrano quanto la società russa, già oggi, sia europea, occidentale, pervasa dalla apertura della rete. Ai russi, dunque, rinunciare a tutto questo pare costare molto e oltre ogni previsione. E viene quindi in mente il Principe di Metternich (che di regimi imperiali se ne intendeva) quando ricordava quanto “è inutile sbarrare le porte alle idee: le scavalcano”. È legittimo pensare perché questo assunto possa valere anche oggi, e soprattutto in Russia.
È di poche ore fa la notizia della prima indagata per la draconiana legge sulle “fake news” voluta dal Cremlino. Veronika Belotserkovskaya, una blogger da oltre 900 mila follower, rischia quindici anni di prigione per aver invocato sul suo profilo social la fine della guerra. Ma è un processo alla modernità, una sfida che, presto o tardi, Putin perderà.

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