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Pinotti: Giusto l'invio delle armi in Ucraina - Intervista di Repubblica

03 Marzo 2022

Siamo vicini a un popolo aggredito.

La mia intervista di oggi a la Repubblica , a firma di Giovanna Casadio

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«Sento tutta la difficoltà della scelta di inviare le armi all'Ucraina, ma c'è un popolo aggredito che vuole difendersi e noi gli siamo accanto. I partigiani durante la Resistenza si sono difesi anche perché hanno avuto sostegno e le armi dai Paesi alleati». Roberta Pinotti, ex ministra della Difesa, senatrice del Pd e presidente della commissione Difesa, ripercorre le tappe della crisi ucraina. Sul dissenso del presidente della commissione Esteri, il grillino Vito Petrocelli dice: «Non do giudizi, ma se io mi trovassi in disaccordo con la mia maggioranza, avrei difficoltà a gestire un ruolo di garanzia».

Pinotti, in aula ieri al Senato lei ha rivolto a nome del Pd un appello perché finisca l'escalation di violenza. Ma fornire armi all'Ucraina non alza il livello della tensione?

«Siamo di fronte a una situazione di aggressione da parte della Russia di uno Stato sovrano, dell'Ucraina, che deve potersi difendere. In Italia durante la Resistenza i partigiani si sono difesi anche perché hanno avuto sostegno, e armi, dai Paesi alleati».

Ma è una decisione senza precedenti rifornire di armi un Paese in guerra. L'articolo 11 della Costituzione recita: l'Italia ripudia la guerra.

«In passato abbiamo fornito armi ai peshmerga curdi per combattere contro l'Isis. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa dei popoli, di aggressione. Ma qui c'è un popolo, il popolo ucraino aggredito e che vuole difendersi. Sento certo tutta la sofferenza e la difficoltà di questa scelta. Chi ha a cuore la pace e i diritti umani, quando bisogna pensare all'uso della forza non lo fa mai con cuore leggero. Comunque se per l'Italia non è la prima volta, è la prima volta che lo decide l'Europa. È la prima volta per la Svezia, che non inviava armi dal 1939».

I pacifisti sono molto scettici su questa strategia per la pace.

«In Parlamento l'approvazione della risoluzione è stata amplissima: tutta la maggioranza più il principale partito d'opposizione, Fratelli d'Italia. Al Senato ci sono stati solo 13 voti contrari. Quindi la volontà è stata quasi unanime. Credo che i giudizi sulle scelte non si possano dare prescindendo dal contesto. Torno all'esempio dei partigiani: hanno fatto bene a usare le armi. È evidente che lo scontro violento è preoccupante, ma ricordo che in Ucraina il conflitto c'è già».

Fra i 13 che hanno votato contro la linea del governo Draghi, c'è anche il presidente della commissione Esteri di Palazzo Madama, il grillino Vito Petrocelli. Come giudica questo dissenso?

«Non ho l'abitudine di dare giudizi su colleghi, peraltro presidenti di commissione».

Ma un presidente di commissione parlamentare che si smarca dalla sua stessa maggioranza, quali conseguenze dovrebbe trarne? Dovrebbe dimettersi?

"Ognuno ha la sua sensibilità istituzionale. Posso dire che se io mi trovassi in disaccordo con la maggioranza del Parlamento, avrei poi difficoltà a gestire un ruolo di garanzia".

Come si va a avanti a perseguire la pace?

"Quando si apre un canale diplomatico, la composizione si può trovare più facilmente se le armi tacciono. Purtroppo non ci troviamo davanti a un cessate il fuoco. La priorità quindi è che si fermino le armi, si blocchi l'aggressione e si continui il confronto".

La Difesa comune europea è l'Araba fenice?

«Mai come in questo momento la risposta degli Stati e di chi li guida dovrebbe essere prendere in mano il tema della Difesa comune europea in modo che diventi una realtà. Nel Dna dell'Europa ci sono i diritti, il rispetto della libertà e la democrazia: sono i valori nati dal dolore e dal sangue versato nelle due terrificanti guerre mondiali. Tanto più importante è uno strumento comune di difesa che consenta di parlare con voce più autorevole e ascoltata nel mondo. Il tempo è adesso. Quello che sta accadendo nella nostra Europa è sconvolgente e cambia i paradigmi. È indispensabile un balzo in avanti determinato. È stato fatto con il Covid e con il piano NextGenerationEu, ora facciamolo su una questione, che io ritengo identitaria, affinché la difesa comune europea diventi realtà. Era il sogno di Schuman, De Gasperi, Adenauer»

Fonte: La Repubblica


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