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Dal sacrificio di Zingaretti parta una fase rifondativa del Partito Democratico - intervento di Pier Paolo Baretta su R&S

08 Marzo 2021

Le dimissioni di Zingaretti aprono uno scenario inedito nella vita politica italiana. Portano a galla la crisi dei partiti; a partire, ovviamente, dal PD.
La denuncia contenuta nel messaggio con il quale le ha annunciate non lascia spazio ad ambiguità. Lo scarto tra la rappresentazione di una vita interna del PD segnata da potentati chiusi in sé stessi e la vita reale degli italiani è espressa crudamente.
Tanto crudamente (“mi vergogno…”) da innescare sorpresa e critiche, subito coperte dai messaggi di solidarietà e di apprezzamento, accompagnati dalla unanime richiesta di restare alla guida del PD.

Ma la forza del generoso gesto di Zingaretti sta nella sua irreversibilità. Agli occhi, infatti, dei militanti, degli osservatori, e più in generale della opinione pubblica, si mescolano la delusione, lo sconforto, la rabbia,  con la speranza che si apra una fase nuova.
Se tutto si riducesse ad un equivoco, ad un “abbiamo scherzato”, al di là dei buoni propositi, sinceri, che accompagnerebbero un suo rientro adesso da Segretario, temo che quel sentimento di riscatto di cui si sente il bisogno naufragherebbe.
Il sacrificio di Zingaretti (perché di questo si tratta) va, dunque, interpretato per il significato dirompente che porta in sè: una fase rifondativa del più importante (per quanto malconcio) partito politico del campo riformista e progressista del Paese. Sicché, mentre i gruppi dirigenti si esercitano nella ricerca di una doverosa soluzione al vuoto di leadership, è fondamentale che il dibattito si dispieghi e si confronti sui contenuti, sulla identità, in maniera aperta e coinvolgente.

C’è solo da augurarsi che questa ricerca non sia legata alla pura gestione del potere. Le aree politiche (le correnti!) si giustificano, anzi diventano ricchezza, se sono portatrici di valori, culture e prospettive politiche, non se esauriscono in se stesse le ragioni della propria esistenza.
Ecco perché, se, vista la situazione generale del Paese, la scelta di un segretario eletto a pieno titolo dalla Assemblea, appare più razionale la crisi che è esplosa è tale che non si deve nemmeno escludere l’apertura della fase congressuale.
Sono, infatti, molti i nodi da sciogliere.
L’alleanza coi 5S per formare il governo Conte due, anziché andare al voto, è stato un atto di responsabilità e non di debolezza; ma la esasperata difesa del Conte due e la insistenza, senza se e senza ma, per il Conte ter, hanno mostrato un evidente affanno.
Così la costruzione di un programma politico innovativo, con al centro lo sviluppo sostenibile, ha messo il PD nella rotta giusta, ma nella pandemia (con la urgenza sanitaria e la controversa politica dei ristori) questa linea non è stata perseguita con la dovuta determinazione.
Ancora, la formazione del governo, con l’esplosione della vicenda di genere, ha esasperato le difficoltà.  

Infine, la nomina di Draghi, che ha sconvolto tutto il quadro politico.
Basta guardare agli altri partiti: la crisi dei 5 Stelle è di gran lunga più acuta, alle prese come sono con una scissione che potrebbe essere fatale. Anche la svolta europeista della Lega, per quanto effettuata con abilità tattica, o è finta e allora esploderà a breve, lasciando macerie, o è vera e allora apre un serio problema di rappresentanza che potrà essere raccolto solo molto parzialmente da Fratelli d’Italia.
In politica mal comune non è mai… mezzo gaudio, e in questo caso fa capire quale rivoluzione si sia innescata nella politica italiana.
Il rischio è che se, come tutti speriamo, Draghi e i suoi tecnici riusciranno a risolvere i gravi problemi di questa fase e la politica non risolve rapidamente i suoi problemi, si realizzi una separazione di destini che porterà a considerare inesorabile una svolta tecnocratica, mentre la politica (almeno quella che conosciamo) verrà accantonata tra le categorie inutili, se non addirittura dannose.
Per questo, il gesto di Zingaretti può e deve assumere il significato che egli stesso ha voluto attribuirgli: più che un sasso… un macigno lanciato nello stagno paludoso ed immobile nel quale versano i partiti, il PD, ma non solo il Pd.
 
Servono, perciò, opzioni chiare e comprensibili ai più. E la prima, la più importante, è su che cosa debba essere il Partito democratico. Se vogliamo accogliere l’operazione verità innescata da Zingaretti, dobbiamo dirci che nel retro pensiero di una parte del gruppo dirigente sopravvivono due suggestioni alternative tra loro; e questa è una delle cause più profonde della instabilità del PD…
C’è chi pensa che il PD debba essere il soggetto federatore della  sinistra (prima o poi dovremo intenderci su questa parola!) che emargini o escluda, o, nella migliore delle ipotesi, tenga sotto scacco le componenti moderate; o, al contrario, chi sogna una federazione centrista che isoli o rinunci a rappresentare le componenti più progressiste o radicali.
Inutile negarlo dietro un bon ton lessicale: questa è la situazione!
Bersani e Renzi hanno sbagliato ad andarsene, ma lo hanno fatto. Il che potrebbe voler dire che il PD non è strutturalmente scalabile per operazioni che ne snaturino l’ispirazione originaria. Ma, anche, che se essa non viene recuperata e rilanciata nella sua pienezza, il finale può benissimo essere il dissolvimento.
Non si tratta solo di una operazione organizzativa. E’ che nella versione originaria la fusione tra le componenti storiche della politica sociale italiana era fondata su valori e prospettive che consentivano agli italiani di riconoscersi nel pluralismo delle nuove condizioni sociali, nelle quali operai, artigiani, commercianti, insegnanti, imprenditori, intellettuali, sono un unico popolo, dove le divisioni non sono più segnate dalle condizioni di classe, ma dalle opzioni di eguaglianza, solidarietà e diritti versus le disuguaglianze di genere, di generazione e territoriali, versus un egoismo che confonde individuo con persona.
Un partito che unisce le differenti componenti della società per i valori e gli interessi, più che per le ideologie. A chi, quel partito voleva assomigliare di più? Certamente al Partito democratico americano che non alla Socialdemocrazia tedesca, alla Cdu o ai laburisti inglesi…
In una parola si trattava (e, in parte, si tratta tutt’ora) di consentire alla politica riformista di uscire dal Novecento per intraprendere un nuovo cammino verso il futuro.
Non sono affermazioni astratte: è la differenza tra destra e sinistra (ecco un buon uso di questa parola) come dimostrano le scelte possibili sulla immigrazione, sulla fiscalità, sulla nuova dimensione comune dello Stato e del privato sociale, sulla integrazione equilibrata tra Stato e mercato; sulla prospettiva ambientalista, o per dirla con un respiro più ampio, la “tutela del creato” come condizione di ben essere globale; sulla educazione come fondamento della partecipazione; sulla sobrietà e la lotta allo spreco come paradigma di un nuovo modello economico…
Tutte questioni che la pandemia ha messo crudamente in evidenza e sulle quali, semmai, dobbiamo riconoscere la nostra “timidezza” nel portarle avanti.

Ci sono le condizioni per riprendere questa strada o la situazione è così compromessa che dobbiamo rassegnarci ad una demoralizzante real politik?
Sì, le condizioni ci sono se ciascuno rinuncerà ai propri fantasmi e guarderà con modestia al futuro.
E il futuro sono i giovani. A loro dobbiamo guardare per capire quello che dobbiamo fare. Oggi più che mai è necessario creare le condizioni legislative e materiali che irrobustendo la formazione e offrendo più decenti occasioni di lavoro consenta loro di costruirsi una famiglia e un futuro professionale e civico dignitoso.
Per riuscirci non dobbiamo aspettare una nuova stagione di contestazione per affidare loro maggiori responsabilità nella gestione del potere. È, quindi, dovere degli attuali dirigenti, ma anche di ciascuno di noi, essere “generosi” e accompagnare con determinazione questa nuova “presa del potere”.


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