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Pinotti: la politica non è un pranzo di gala, noi donne impariamo a fare lobby - intervista dell'HuffPost

15 Febbraio 2021

L'ex ministra: "Nel partito siamo lontani anche da Fdi e Forza Italia"


By Federica Fantozzi


Roberta Pinotti, senatrice e responsabile Riforme della segreteria di Nicola Zingaretti, ha alle spalle trent’anni di militanza nei Ds/Pd. Partita consigliera circoscrizionale nella sua Genova, è diventata la prima (e unica) segretaria dei Ds nel capoluogo ligure. Dove, nel 2012, ha partecipato anche alle primarie per sindaco. Si occupa da sempre di un tema “maschile” come la Difesa: presiede la commissione a Palazzo Madama dopo esserne stata la prima ministra donna con i governi Renzi e Gentiloni.

Nemmeno una ministra del Pd nel governo Draghi. Passato il primo impatto, che effetto fa?

Il fatto in sé è grave. E lo è soprattutto perché colpisce al cuore la storia dei partiti del centrosinistra che si sono formati con la linfa vitale e con l’esperienza politica frutto delle battaglie per la parità femminile. Il tema dell’assenza di donne della storia della sinistra al governo esiste e non va sottovalutato.

Eppure, è stato sottovalutato. Possibile che abbia colto tutti di sorpresa?

Quando accadono fatti politici, la rivolta del giorno dopo senza darsi degli obiettivi diventa sterile. L’epifenomeno è evidente, ma vediamo da dove nasce questa situazione. Lo statuto del Pd, che si definisce “partito di donne e uomini” imponeva il 40% di donne negli organismi dirigenti. Nel 2019, durante la segreteria di Nicola Zingaretti, si è alzato al 50%.

La composizione di questo esecutivo, allora, suona come una beffa per il segretario.

Vede, ci si immaginava che questa scelta risolvesse tutti i problemi per le donne, che l’empowerment femminile sarebbe venuto da sé. Al punto che i luoghi di elaborazione del pensiero delle donne nel partito erano scomparsi, perché si pensava che non servissero più.

E invece?

Si è capito che a una situazione formale non ne corrispondeva una sostanziale. Anche la Conferenza delle Democratiche è stata ripristinata recentemente, alcuni mesi fa, con Cecilia d’Elia portavoce, proprio per riavviare un percorso. Il problema non nasce oggi: segretario e vice-segretario sono uomini, i capigruppo anche. La fotografia del governo Draghi ha origini lontane.

E’ una fotografia che aveva già visto, nella sua esperienza?

Per parlare di Riforme, in segreteria spesso mi confronto con i sindaci: ebbene, al tavolo dei comuni capoluogo del Pd soltanto una, Valeria Mancinelli ad Ancona, è donna. Le segretarie regionali sono solo tre: in Toscana, Val d’Aosta e Provincia Autonoma di Trento. Ma la politica è fatta di costruzione delle personalità: per avere leadership al femminile bisogna investire a partire da ruoli di responsabilità nel partito e nelle amministrazioni locali. Alla fine degli anni Novanta sono stata la prima donna a capo della federazione Ds di Genova, e dopo non ce ne sono state altre. Per me che venivo dagli scout è stata un’esperienza durissima che però mi ha forgiato e abituato alle sfide.

Lei viene da una lunga militanza nel Pd. Vede un’involuzione nel suo partito su questi temi?

Sì, ed è dovuta all’aver creduto che grazie alle modifiche statutarie, alle norme, il risultato fosse ormai acquisito e ci si potesse rilassare. Potere è una parola bellissima: non significa supremazia bensì possibilità di fare ciò che serve, di risolvere i problemi, di incidere. Gli uomini non cedono il potere per gentile concessione: la politica non è un pranzo di gala, ha detto qualcuno e concordo. Va fatta una battaglia dura con il coraggio del confronto, la voglia di affermazione, e molta solidarietà.

Allora, è vero come dicono gli uomini che le donne non sono solidali tra loro? Non è cambiata la situazione?

Non parlo di categorie morali. Gli uomini fanno lobby e si organizzano. Noi non l’abbiamo ancora imparato: vediamo la politica come servizio e tardiamo a organizzarci. Invece, le cose avvengono se ne costruisci le condizioni.

In queste ore c’è chi dice: scalate i partiti, prendete i voti, sfidate gli uomini…

Sì, bisogna essere consapevoli che la politica è anche combattimento. Noi donne spesso ci tiriamo indietro, magari non parliamo in pubblico perché siamo preoccupate del giudizio. A me, dopo trent’anni, a volte tremano ancora le gambe. Mentre vedo raramente uomini che si limitano, anche se non hanno nulla da dire. Dobbiamo passarci la nostra forza, tramandare l’esperienza, dare una mano alle ragazze.

Lei lo fa? Lo ha fatto?

A Genova - non ero più segretaria - era difficile eleggere donne: venivano messe in lista all’ultimo, quando gli uomini si erano già procurati i voti. Ho organizzato un corso di formazione, preparato candidature e poi ho detto: ne scegliamo una e la facciamo votare da tutte, altrimenti disperdiamo i voti. Ci siamo organizzate e abbiamo portato a casa cinque consigliere, una comunale e quattro municipali.

Forza Italia ha due ministre, due capigruppo donne e una presidente del Senato. La Lega una ministra. FdI una leader donna. Non è paradossale che la destra abbia scavalcato il Pd ?

Giorgia Meloni fa una politica distantissima dalla mia, ma ha avuto la forza di costruire una leadership partendo da un piccolissimo partito in cui faceva tutto quasi da sola. Chapeau da questo punto di vista. Forza Italia a un certo punto ha deciso di investire nelle figure femminili. Nel Pd siamo ancora lontani: è una scelta virtuosa, e sottolineo virtuosa, che non si è innescata.

Il tema di questi giorni sarà se entrare o no nei posti di sottogoverno. Meglio un no orgoglioso o fare buon viso a cattivo gioco?

Parliamo di governo del Paese e serve una risposta politica. Come ho detto, le donne devono sperimentarsi in luoghi di responsabilità se si vuole avere in futuro leadership femminili. Capisco la provocazione, ma le donne in questo governo devono esserci.


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