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Prodi: al Pd serve un padre, Zingaretti può diventarlo - intervista de la Repubblica

07 Febbraio 2019

Decisivo votare alle Primarie


«Da ormai troppo tempo ci si azzuffa nel governo e nel Pd. Eppure l’Italia e il Pd avrebbero tanto bisogno di un padre: è un sentimento che vedo crescere in tutti gli italiani».
 

Presidente Prodi, ma il padre del Pd non sarebbe lei?

 
«Al massimo io sono un nonno. Uno che fa molte prediche e cerca di ispirare buoni comportamenti E tale voglio rimanere».
 

Quali buoni comportamenti?

 
«Il primo è quello di andare assolutamente a votare alle primarie. L’affluenza ai gazebo avrà un’importanza enorme. Il numero degli elettori dovrà essere così elevato da dimostrare che il Partito democratico si pone come un’alternativa credibile: oggi è l’unica alternativa possibile. Andare a votare significa affermare la nostra identità. E il vincitore del confronto deve essere il leader indiscusso del partito. Basta leadership per interposta persona».
 

Un padre, dice?

 
«Certo. Usciamo da anni in cui sia il partito, sia il Paese, si sono estenuati in diatribe continue, rancori, isterismi, proclami ignoranti e liste di proscrizione. Per il Paese, spero che il padre non sia qualcuno che ha sempre bisogno di mettersi in divisa per apparire forte. Per il Partito democratico c’è bisogno di una figura autorevole, che sappia finalmente ascoltare, riconciliare, tranquillizzare ma anche decidere».
 

Questa figura può essere Zingaretti?

 
«Se intensifica il lavoro di allargamento e di pacificazione che ha iniziato, le sue possibilità sono molte, ma lo dovranno decidere le centinaia di migliaia di cittadini che voteranno alle primarie. Un leader prende forza dal suo popolo. E per dare forza alle primarie saranno di grande importanza i segnali che manderanno le elezioni in Abruzzo e in Sardegna IlPd ha in entrambi i casi i candidati più autorevoli: sono fiducioso proprio perché sento che si sta esaurendo il tempo nel quale competenza ed esperienza sono visti come un valore negativo. E poi, naturalmente, ci saranno le europee».
 

Le elezioni europee si avvicinano mentre i due partiti populisti al governo polemizzano con Bruxelles, con Parigi, con Berlino e perfino con l’Olanda. E invece il campo progressista stenta a ritrovarsi sotto la bandiera europea. Dovunque governino gli antieuropeisti, dalla Gran Bretagna all’Ungheria alla Polonia, le bandiere dell’Europa sventolano in piazza come segno di protesta. Qui da noi non sventola nulla…

 
«Le vedremo, le bandiere dell’Europa. Forse non si è ancora riflettuto abbastanza sull’importanza di ritrovarci sotto simboli comuni. Per questo ho lanciato l’idea che il 21 marzo in tutte le case si esponga la bandiera europea accanto a quella italiana. L’Unione europea è indispensabile per il nostro benessere e per il nostro futuro di cittadini liberi. Dobbiamo capirlo e dobbiamo dirlo con forza».
 

Invece gli italiani sembrano diventati euroscettici…

 
«Quando abbiamo fatto l’euro e quando abbiamo voluto l’allargamento, gli italiani erano i più decisi sostenitori di quelle scelte. E sa perché? Perché capivano che l’Europa prendeva decisioni per il futuro di tutti. Ma da allora questa capacità di prender decisioni si è indebolita nell’Ue. Con la bocciatura del progetto di Costituzione da parte dei francesi, il potere è passato dalla Commissione al Consiglio. È ritornato agli stati membri. Non si guarda più al bene collettivo ma all’interesse nazionale. I populisti vorrebbero accentuare ancora questa rinazionalizzazione del nostro destino. Le prossime elezioni europee devono ribaltare questa tendenza».
 

Che valore politico ha, oggi, la bandiera europea?

 
«Innanzitutto rappresenta il nostro futuro, quello dei nostri figli e dei nostri nipoti. Come ripeto sempre agli studenti, gli italiani sono quelli che meglio dovrebbero capirlo. Nel Rinascimento l’Italia dominava il mondo. Ma gli staterelli italiani divisi furono spazzati via dalla prima globalizzazione della storia: la scoperta dell’America. Oggi, con la globalizzazione totale, neppure la Germania, da sola, ha la forza di costruire le nuove caravelle, che si chiamano Google, Amazon, Alibaba, Tencent, Microsoft. Dobbiamo fare l’Europa prima che l’intelligenza artificale e la rete 5G ci distruggano completamente».
 

Non sembra proprio l’aria che tira, presidente. Tantomeno in Italia…

 
«Questa maggioranza ha dovuto intanto prendere atto che chiedere l’uscita dall’euro e dall’Unione europea sarebbe un suicidio, anche se non perde occasione per sparare sulla Francia, sulla Germania e persino sull’Olanda, per soffiare sul fuoco del nazionalismo come ha fatto su quello del razzismo e della xenofobia. Vogliono un’Europa debole e divisa perché vogliono una società debole anche in Italia. Si tratta di forze che praticano una politica autoritaria e verticale, dall’alto verso il basso, ignorando i corpi intermedi e la società civile, che siano i sindacati, gli enti locali, le imprese o la stampa. Persino il Parlamento è stato svuotato della sua funzione, violando nei fatti il dettato costituzionale. Certo, quello dell’autoritarismo è un vento che soffia su tutto il mondo. Ma la complessità e la ricchezza del tessuto democratico sono gli elementi costitutivi dell’Europa e della nostra libertà. Anche per questo dobbiamo difenderla».
 

E invece nel Pd sono riusciti a produrre due manifesti sull’Europa: quello di Calenda e quello degli eurodeputati. Non le sembra un po’ troppo?

 
«I valori, i concetti e i programmi dei due manifesti sono identici e condivisi da tutti. Le divergenze sono su come applicarli».
 

Grande coalizione europeista o liste separate che corrono in parallelo?

 
«Ma è proprio questo il punto. Si tratta di decisioni solo pragmatiche, da prendere tenendo in considerazione che esiste il sistema proporzionale ma esiste anche la soglia di sbarramento del 4 per cento. Gli europeisti devono muoversi in modo da ottimizzare il loro risultato complessivo. E queste decisioni spettano al nuovo leader del Partito democratico. Per questo deve ricevere una investitura popolare forte, tale da conferirgli di fatto la paternità non solo del partito ma di quella maggioranza di italiani che continua a credere nell’Europa. Come me».


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