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Non sono Nicola Zingaretti il politico - intervista della scrittrice Chiara Gamberale

31 Gennaio 2019

La scrittrice Chiara Gamberale mi ha fatto un’intervista su Grazia. Anzi no, mi ha proposto di fare un gioco: provare a non parlare mai di politica… Come me la sono cavata?


“Facciamo un gioco?”.
 Chiedo a Nicola Zingaretti, quando lo incontro. E mi stupisce che mi risponda subito, curioso, a scatola chiusa, di sì (cosa che invece alla fine di questa chiacchierata non mi stupirà più). Il gioco è quello di provare a non parlare mai di politica, in quest’intervista. Perché se ci sono politici che non ne parlano mai, e chissà se messi alle strette ne saprebbero parlare, ci sono anche politici che si ostinano a fare i politici, e di politica parlano sempre, da sempre la fanno: ma chissà se saprebbero parlare di altro. Chissà che persone sono, insomma.

Che persona è Nicola Zingaretti, oltre a essere il presidente della Regione Lazio e oggi candidato a leader del Partito democratico nelle primarie del 3 marzo? «È una persona che rimane una persona, fondamentalmente. E prova a non perdere di vista la verità sua e di chi gli sta di fronte».

Qual è il suo primo ricordo? «Il grande corridoio della casa dei miei nonni materni, a Roma, alla Magliana».

Che infanzia è stata la sua? «Dentro a una famiglia molto larga… Oltre che con i miei due fratelli, Luca e Angela, sono cresciuto con molti zii, moltissimi cugini. È lì che ho imparato l’importanza di condividere, che è ancora il mio credo fondamentale, perché davvero io non riesco a considerarmi me stesso se non a partire da una comunità, altrimenti non avrei chiamato la mia campagna “Piazza Grande”».

Attenzione, abbiamo detto che non si parla di politica. Torniamo alla sua infanzia… «Giusto. È stata un’infanzia felice, eravamo molto attaccati alla gioia di vivere, forse perché eravamo nati un po’ per caso, grazie alla mia nonna materna, Sisina, che durante l’incubo nazista ha avuto un colpo di genio senza il quale nessuno di noi sarebbe esistito».

Un colpo di genio? «Sì. Lei era molto cattolica e mio nonno era ebreo. Il 16 ottobre 1943, quando bussarono alla porta i soldati nazisti per la deportazione, chiesero: “Abita qui la famiglia Di Capua?”. E lei mostrò un suo documento da signorina, dove c’era un altro cognome. Ho capito pienamente la portata del suo gesto solo pochi anni fa, quando sono stato nel campo di sterminio di Auschwitz. I comportamenti umani possono determinare la storia e la Storia».

Ma durante l’adolescenza, si sa, i nostri comportamenti rischiano di sfuggirci di mano. La sua com’ è stata? «Sono sempre stato piuttosto equilibrato e responsabile, il ribelle era Luca».

Luca, il “Grande Fratello” quanto vi somigliate e in cose siete sempre stati diversi? «Ci somigliamo nell’idea che abbiamo di rispetto degli altri. Lui però, appunto, è un po’ più irascibile, io più riflessivo».

Quindi non avevate la stessa comitiva? «No, per motivi anche di età, quattro anni di differenza sono pochi, ma quando hai 16o 17 anni sembrano tanti. Però siamo sempre stati molto complici, anche con Angela».

E quando usciva lei come passava il tempo? «In quel periodo il senso di comunità che avevo imparato a casa si è esteso anche a chi incontravo fuori casa. Sono un figlio dell’Estate romana dell’assessore Renato Nicolini, del Festival dei Poeti a Castel Porziano, delle notti sotto alla coperta a vedere insieme i film, leggere Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini».

E a 22 anni era già ‘Presidente Mondiale dei Giovani Socialisti e Progressisti. Ma siccome non parliamo di politica, che cosa è significato essere giovane, per lei, e che cosa significa, in generale? «Acchiappare la vita. Posso dire che la politica però, fra i suoi compiti, ha quello di consentire ai nostri ragazzi di farlo?».

Ormai l’ha detto. Ma insomma, chi sono “gli altri” per lei? Ne è più incuriosito o intimorito?«Assolutamente incuriosito. Credo che la conoscenza di quello che è diverso da noi sia il solo strumento per combattere la paura che, come l’amore, è qualcosa che sfugge al nostro controllo, è il corpo che decide».

L’amore, appunto. Quando e come è arrivato? «Avevo 17 anni, e a un corteo l’ho vista. È successo tutto subito, potrei ancora descrivere nel dettaglio com’era vestita. Era Cristina, era lei, è sempre stata lei».

Il vostro primo bacio? «Al Festival del Cinema di Venezia del 1983, ci eravamo andati in camper con amici. E quella sera avevamo visto Flashdance».

Oggi avete due figlie e state insieme da 35 anni. Non ci riesce più nessuno. Perché, secondo lei?«All’inizio ci siamo presi e lasciati, non è stato un idillio ininterrotto… Ma ci ha tenuto insieme, credo, il senso di essere in due, e poi di diventare quattro, grazie alle nostre figlie, Agnese
e Flavia. Forse oggi ognuno si concentra troppo e solo su se stesso, anche all’interno delle sue relazioni fondamentali».

Quanti anni aveva quando è diventato padre? «Trentasei. Ed è cambiato, semplicemente, tutto. Non te ne frega più niente se non dormi, quando hanno la febbre vorresti avercela tu… Ci sono loro al primo posto: basta».

Quando si è accorto di questa trasformazione? «Quando ho assistito al parto. In quel momento, di fronte alla potenza della donna, l’uomo si sente insignificante. E da lì è cominciata un’avventura di cui non voglio perdere niente. Posso dire con certezza di non essere mai mancato a una recita scolastica».

Mi racconta l’ultima giornata in cui non ha lavorato? «Due settimane fa, quando purtroppo mia moglie si è rotta una gamba. Ma almeno tre volte alla settimana faccio in modo di cenare a casa».

Che cos’è che più di tutto la commuove? «Gli atti involontari legati a un sentimento forte che per un istante non si riesce a contenere. Il buffetto di un padre a un figlio, una tenerezza fra due innamorati, una piazza che si emoziona perché le persone si scoprono improvvisamente legate da qualcosa che non avevano messo in conto ed è più forte delle loro singole storie. Cose così mi fanno sciogliere».

Che cosa la irrita? «Chi è forte con i deboli e debole con i forti».

Qual è il suo libro preferito? “L’ Agnese va a morire”, un romanzo di Renata Viganò. Mi ha folgorato, non a caso la mia prima figlia si chiama così».

Il film? « “Arrivederci ragazzi” di Louis Malle. Quando il bambino cattolico, alla fine, tradisce il suo amico ebreo senza rendersene conto, mi prende sempre il magone. E poi “L’amore non va in vacanza” con Jude Law e Cameron Diaz. Se ci ritroviamo tutti e quattro, e non sappiamo come passare la serata, ce lo rivediamo. Lo so a memoria». Ascolta musica? «Principalmente in macchina e la playlist è quella delle mie figlie. Che però hanno ottimi gusti, spaziano da Thegiornalisti a Lo Stato Sociale, ai cantautori italiani: Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Fiorella Mannoia».

Che rapporto avete in casa con Il commissario Montalbano? «Lo guardiamo, il giorno dopo siamo tutti in attesa del risultato degli ascolti. Ma in famiglia lui non è “Luca Zingaretti l’attore”, come io non sono “Nicola Zingaretti il politico”. Siamo Luca e Nicola, Angela e, indipendentemente dal lavoro che facciamo, saremmo sostenuti dalla nostra tribù».

Ha dimostrato di sapere giocare benissimo. Ma quanto le è costato? «È stato liberatorio… Però il mio lavoro io lo amo. C’è chi la politica la fa per noia, chi se la sceglie per professione. Io la faccio per passione».


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