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I cittadini, per i populisti, sono plebe ignorante - intervista del Corriere della Sera a Nicola Zingaretti

24 Gennaio 2019




Doppio binario in passeggiata con Nicola Zingaretti, 53 anni, presidente della Regione Lazio, ultimo erede di una tradizione politica che viene da lontanissimo: è stato segretario romano dei comunisti juniores, leader dei giovani del Pds, segretario regionale dei Ds e del Pd, europarlamentare e presidente della Provincia. Ora è il candidato forte per la segreteria dei democratici alle prossime primarie del 3 marzo. Non ama i riflettori e non ha mai sgomitato. Questa caratteristica, l’aver aspettato molti anni prima di puntare alla leadership del partito e l’aver schivato una candidatura a sindaco di Roma nel 2013, gli sono costati il soprannome di “sor Tentenna”, cioè non abbastanza determinato alla pugna. Glielo ricordo. Replica pacato: «Una delle patologie della politica contemporanea è che uno fa una cosa per dieci secondi e poi pensa immediatamente di dover fare altro. C’è un disprezzo diffuso per la semplicità del proprio dovere e del servire la propria comunità». Poi alza il tono della voce di tre tacche e aggiunge: «È da undici anni che spalo merda nelle amministrazioni locali. E l’ho fatto con grande felicità perché è servito ai cittadini. Ho realizzato cose concrete. Non teorie astrattissime». Spiega: «Il riformismo ha la missione di migliorare la vita delle persone. Per molto tempo, invece, ci siamo intrattenuti con la riformite. Cioè la mania di immaginare cambiamenti, senza pensare alle conseguenze». Nella concitazione, Zingaretti passa a parlare di sé in terza persona: «L’opportunità data da Nicola… È quella legata a una persona che governa e cambia le cose e lo fa con un impianto culturale in sintonia con la storia e la cultura dem. Senza inseguire necessariamente modelli esteri». L’impianto culturale? Facciamo l’esamino de sinistra.
 

Lei è favorevole o contrario allo Ius soli?

 
«Assolutamente favorevole».
 

Una parte del Pd ha criticato il modello di accoglienza di Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

 
«A Riace c’era un modello di integrazione positivo. Non l’unico. Come presidente della Regione Lazio sto organizzando una conferenza con tutti i sindaci d’Italia per mettere a confronto le esperienze nei processi di integrazione».
 

Favorevole o contrario ai matrimoni gay?

 
«Sono personalmente favorevole. Ma credo che la legge sulle Unioni civili, per l’Italia di oggi, sia un compromesso avanzato».
 

Le adozioni da parte di coppie gay.

 
«Se due persone amano un figlio, possono dargli felicità».
 

Eutanasia.

 
«Favorevole».
 

Legalizzazione delle droghe leggere.

 
«Solo a scopo terapeutico».
 

Per un bel periodo il Pd è sembrato più in sintonia con Sergio Marchionne che con il sindacato.

 
«Non mi va di tornare nell’abisso di una storia da cui siamo usciti. Quella roba lì non c’è più, è finita».
 

Che cosa direbbe, oggi, a chi per campare porta pizze pedalando da mattina a sera?

 
«La mia Giunta regionale ha appena approvato una legge in favore dei rider: abbiamo messo soldi per dare tutele assicurative e imposto un minimo salario orario. Ci tengo. Anche perché il giorno dopo la mia seconda elezione a governatore del Lazio incontrai un ragazzo con un cubo sulle spalle che mi disse: “A Preside’, pensi anche a noi”».
 

Che cosa vuol dire oggi essere dem?

 
«Avere sempre a cuore il destino del pianeta e delle persone che lo abitano».

 

Un po’ vago.

 
«Significa anche fare, fare e fare. Altrimenti sviluppo, equità e giustizia rimangono solo delle belle parole».
 
Siamo a Piazza Cavour. Zingaretti racconta che grazie a lunghissime camminate con il cellulare spento e alla tonnellata di verdure al limone con cui apre tutti i pasti, ha perso più di dieci chili. Domando: A dieta per le primarie?». Replica: «No, ho scoperto di avere un po’ di intolleranze alimentari». Il fotografo gli propone uno scatto che abbia come sfondo una coppietta che si bacia. Lui rifiuta la posa: «E se poi la ragazza è un’amica di mia figlia?». Zingaretti ha due figlie, Agnese e Flavia. Entrambe adolescenti. Agnese si chiama così in onore del libro di Renata Viganò, Agnese va a morire: -È il romanzo che mi ha fatto piangere di più». Ci dirigiamo verso il Tevere. Mentre camminiamo declamo ad alta voce le dichiarazioni più dure presenti nella Mozione di Zingaretti (quella con cui si presenta alle Primarie del Pd): «Alla superbia dell’io, dobbiamo sostituire la forza del noi». Zingaretti mi fulmina: «Mi prendi per i fondelli?». Si avvicina una signora, si chiama Francesca. Dice: «Vada avanti così, Presidente». Lui:«Vedrà che roba alle primarie».
 

Proseguo la lettura: «La nostra opposizione al governo è incerta, propagandistica, inefficace…».

 
«Che cosa devo aggiungere?».
 

Qual è la sua idea di opposizione a questo governo?

 
«Matteo Salvini ha costruito la sua empatia con gli italiani nel modo più banale, puntando sull’odio e sulla paura».
 

Sarà banale, ma al momento funziona.

 
«Non tiene, è una scorciatoia che ha un limite strutturale: il suo elettorato misurerà l’azione di governo sull’abbassamento delle tasse e sul rilancio dello sviluppo. Ovviamente noi non possiamo illuderci che la critica, anche urlata, a questa maggioranza, produrrà consenso. Dobbiamo dire i nostri no, ma allo stesso tempo dobbiamo ritrovare l’empatia con il nostro popolo attraverso risposte credibili. Credo che tra le priorità dell’Italia ci sia quella di rimettere il tema della conoscenza al centro del dibattito».
 

Lega e M5S propongono l’abbassamento delle tasse e il reddito di cittadinanza e il Pd contrattacca con la conoscenza?

 
«Dubito che potranno realizzare le loro promesse. Non c’è uno straccio di idea per lo sviluppo, per la crescita e per il lavoro. E si vede. Sforeranno il debito e purtroppo faranno pagare a chi oggi non vota, i ragazzi, il costo di una redistribuzione inefficace. Io, invece, sui giovani voglio puntare davvero».
 

Lei ha proposto un ritorno al servizio civile universale.

 
«Il tema è anche quello: l’impegno e la responsabilità. Certo, sono lontano dall’attuale ministro della Pubblica Istruzione…».
 

… Marco Bussetti…

 
«… Un fantasma. L’unica cosa che è stato in grado di fare è dire “niente compiti per le vacanze”. Tutti loro, i populisti, puntano a un modello di rapporti capo/popolo in cui cittadini sono plebe ignorante, medievale».
 

Facciamo un gioco: un nome, una citazione. Matteo Salvini…

 
«”La sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”, è di Leonardo Sciascia».
 

Luigi Di Maio…

 
«”Pensammo una torre, scavammo nella polvere”, questa è di Pietro Ingrao. Bella, eh. Posso ribadire un concetto semplice che mi pare sfugga?».
 

Prego.

 
«Io ho già battuto la Lega e il M5S».
 

In Regione lei ha una maggioranza risicatissima.

 
«Trecentoquaranta mila di quelli che alle Politiche del 2018 hanno votato i giallo-verdi, lo stesso giorno hanno messo una X sul mio nome».
 

Secondo lei perché?

 
«L’offerta era credibile. Nel 2013 abbiamo preso questa cavolo di Regione che era nell’abisso e gli abbiamo ridato dignità. C’era un disavanzo negativo di 850 milioni di euro, ora siamo in positivo. Trasporti, ospedali…».
 
La leggenda narra che Zingaretti frequenti la sanità pubblica da utente mimetizzato tra i cittadini. Dice: «Non è una leggenda. Frequento soprattutto il Santo Spirito. Il più vicino a casa mia. L’ultima volta ci ho portato mia moglie che si era rotta una gamba sciando. Mi hanno visto entrare con Cristina a cavacecio…». Cioè a cavalcioni. «Credo di vincere alle elezioni anche perché provo a restare una persona normale. Faccio la spesa nel quartiere, e non mi porto dietro i fotografi. Così si capisce anche come vivono i cittadini-. Sembra un proclama parawrillino e anti casta. Glielo faccio notare. Replica: «Mantenere uno stile austero, per chi gestisce la cosa pubblica, è un elemento di valore: il potere non deve servire a sé stessi, ma a risolvere i problemi di chi sta male. Lo penso da prima che esistesse il M5S.
 

Lei vive nel quartiere Prati, tana della borghesia romana.

 
«Sono nato e cresciuto alla Magliana. Puoi vivere ovunque rimanendo te stesso».
 

Scuole?

 
«Il Pontificio Istituto Mastai».
 

Preti e suore?

 
«La domenica facevo il chierichetto. Ho smesso quando, essendo cresciuto rapidamente in altezza, la tunica mi rendeva troppo buffo».
 

Era secchione?

 
«No. Quello secchione era mio fratello Luca, più grande di quattro anni».
 

L’attore. Ha anche una sorella, Angela.

 
«Lei è più giovane di dieci anni. Con Luca avevamo lo stesso professore di matematica, che ogni volta mi diceva: “Tuo fratello sì…”. Dopo le medie, il liceo Socrate. E a un certo punto sono passato in un Istituto professionale perché mi ero messo in testa di fare il dentista».
 

La politica come entra nella sua vita?

 
«Nel 1981 me ne andai da solo a una manifestazione in IN SALITA Il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti a Roma, vicino piazza Cavour difesa della legge 194…».
 

Quella sull’aborto…

 
«Era il 13 maggio. Il giorno dell’attentato a papa Wojtyla. Venne annullato tutto. L’anno successivo mi iscrissi alla Fgci, sezione Montagnola, perché nel frattempo ci eravamo trasferiti dalle parti dell’Eur».
 

Da quel momento politica, politica, politica.

 
«Detta così sembra una cosa noiosa. Frequentando la Fgci romana…».
 

… la Federazione dei giovani comunisti italiani…

 
«… Ho pure incontrato mia moglie Cristina. Ci divertivamo».
 
Sotto le mura di Castel Sant’Angelo comincia l’amarcord figicciotto: i campeggi antimafia a San Vito Lo Capo, i cortei, i dibattiti infiniti. Zingaretti mi racconta anche di una festa dei licei romani, con centinaia di invitati, a cui lui si presentò travestito da orso Yoghi:
 
«Appena arrivato mi sono accorto che ero l’unico in maschera. Un figurone. Per fortuna non era ancora tempo di selfie».
 

Frequentava anche Frattocchie, la vecchia scuola del Pci?

 
«Non i corsi. Ci andavamo per i seminari, per avere la mente più aperta e pronta a cambiare il mondo».
 

Lei ha avuto un maestro politico?

 
«La persona a cui ho “rubato” di più è stato Goffredo Bettini: mí ha sempre spinto a essere una persona libera».
 

Divenne presto dirigente della Fgci.

 
«Fu un periodo di esperienze emotivamente forti. È lì che si è radicato forte l’impegno contro il razzismo, contro la mafia e contro ogni intolleranza. Alla fine degli anni Ottanta con il progetto “Nero e non solo” trascorremmo un mese da volontari a Villa Literno, al campo di accoglienza dei migranti che venivano sfruttati come braccianti. Sembravamo matti, invece eravamo lungimiranti».
 

All’epoca lei era il segretario della Federazione romana.

 
«Sì, ma il mio compito nel campo era comunque quello di pulire i bagni».
 

Siamo sul ponte, in lontananza brilla il Cupolone. Un menestrello canta a squarciagola:

 
«Non ho una lira però vorrei comprare il cielo per darlo a lei… Ma ma ma, ma ma Mariaaa».
 

Chiedo a Zingaretti che cosa faccia lui coi suoi risparmi. Replica:

 
«Oltre ad acquistare tonnellate di libri per le mie figlie? Viaggi con la famiglia, ma non cose particolarmente esotiche. Nella vita ho viaggiato tanto».
 

Quando?

 
«Soprattutto quando ero presidente mondiale dei giovani dell’internazionale socialista. L’India, l’America Latina… L’incontro con il Dalai Lama, la missione in Bosnia-Erzegovina, i colloqui con l’israeliano Shimon Peres e quelli con la norvegese Gro Harlem Brundtland, un gigante. E poi Nelson Mandela…».
 

Ha conosciuto Mandela?

 
«Sì. Ero in Sudafrica ospite dell’African National Congress. Organizzarono un incontro nel giardino di casa sua. Quando lui arrivò tutti cominciarono a cantare e a ballare. E anche lui si mise a ballare…».
 

E lei?

 
«In quel contesto non ci si poteva mica tirare indietro».


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