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Stanno giocando con i soldi degli italiani - intervento di Patrizia Toia su Democratica

26 Novembre 2018



Il 2,4% non è più un tabù: è iniziata l'inevitabile retromarcia del popolo anche sulla manovra. Dopo l'uscita dall'euro, i vaccini, le sanzioni alla Russia, l'Ilva e il Tap, ora forse è arrivata anche l'ora della retromarcia anche sulla sbandierata manovra che doveva portare il deficit al 2,4% per fare spesa clientelare senza investimenti. Una linea del Piave indifendibile fin dal primo giorno, ma sufficiente per gli esponenti della maggioranza per feste e spot elettorali su balconi e barconi e per lanciare un controproducente guanto di sfida all'Unione europea al grido di “me ne frego” e “tiro dritto”.

Se fosse reale la volontà manifestata ieri dal Governo di arrivare a un compromesso con la Commissione europea prima dell'avvio della procedura di infrazione sarebbe comunque una buona notizia. Cedere oggi invece che dopo le elezioni europee e a procedura avviata limita i danni, anche se non li cancella. Infatti se anche il negoziato con Bruxelles si dovesse chiudere ad esempio su un deficit al 2,1% sarebbe comunque il peggior negoziato della storia: per ottenere quello che avremmo potuto avere mesi fa con un atteggiamento più realistico e costruttivo, puntando subito ad esempio al 2% e con misure per gli investimenti, Lega e Movimento 5 Stelle hanno bruciato miliardi di euro di aumento di spread. I quattro decimali di differenza tra il 2 e il 2,4%, “numerini” senza importanza per i nostri governanti, valgono poco più di 7 miliardi di euro, che è una stima conservativa di quanto pagheremo l'anno prossimi di interessi maggiorati sul debito. Se poi si conta la diminuzione della ricchezza delle famiglie causata dal ribasso dei Btp e il peggioramento di corsi azionari e obbligazionari si arriva a una perdita di 145 miliardi di euro. La stima è di Bankitalia.
Una follia, che è la ripetizione in grande di altre follie sovraniste, come gli 80 milioni di euro di spese in più sprecati da Luigi di Maio per dare il via libera con due mesi di ritardo a un accordo sull'Ilva già fatto dal Governo precedente.
Se guardiamo fuori dall'Italia ci accorgiamo che il copione dei populisti euroscettici è sempre lo stesso, ma viene ripetuto con attori e contesti diversi: promesse mirabolanti e irrealistiche, negoziati impossibili e poi le retromarce poco dignitose che lasciano ai cittadini un esoso conto da pagare.
“Brexit means Brexit”, aveva scandito Theresa May all'inizio del suo mandato. Peccato che dopo due anni di negoziati ha dovuto accettare le regole del mercato interno europeo e l'impossibilità per la Gran Bretagna di siglare accordi commerciali con Paesi Terzi. Un suicidio politico ed economico che difficilmente otterrà il via libera del Parlamento inglese, ma che nel frattempo è già costato un mucchio di soldi all'economia della Gran Bretagna e molti posti di lavoro volati dall'altra parte della Manica.
Domenica la parabola del sovranismo italiano e britannico si sono incontrate nel vertice di Bruxelles. Conte e May ne sono usciti con le ossa rotte e non è difficile prevedere che entrambi non hanno di fronte una lunga carriera politica. Quello che resterà invece, e molto a lungo, saranno i sacrifici richiesti ai cittadini per riparare i danni delle avventure sovraniste.


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