Registrati

Privacy

Informativa ai sensi dell'art. 13 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. La raccolta e il trattamento dei dati sono effettuati limitatamente ai fini connessi alla gestione operativa e amministrativa del servizio. I dati sono trattati con strumenti informatici e telematici e non saranno comunicati a terzi. Il titolare del trattamento è AreaDem.
* Acconsento al trattamento dei miei dati personali
Log in

 
Registrazione al sito - Login al sito

Vorrei un Pd popolare e sogno gli Stati Uniti d’Europa - intervista di Innòvatalk a Marina Sereni

19 Novembre 2018

Innòvatalk è il blog magazine ufficiale di Fondazione Ora!

Si sono conosciuti a fine agosto tra i meravigliosi locali affrescati dell’ex convento Sant’Agostino, una struttura che risale alla metà del XII secolo, a Cortona perla della Val di Chiana dove AreaDem una delle aree politico-cultuali del Partito Democratico si è ritrovata per riflettere su come rilanciare il campo progressista.

 
Federico Macchi, 20 anni di Reggio Emilia studente di Amministrazione e Diritto  all’Università di Trento e Marina Sereni uno dei volti politici più noti in Italia, ex deputata, ex vicepresidente della Camera dei Deputati e del Partito Democratico.
 
La chiacchierata tra i due tocca diversi punti, dal tema più urgente e necessario per il Partito Democratico, cioè l’innovazione di se stesso attraverso il congresso, la comunicazione verso i giovani, la sicurezza della gente ora come non mai in cerca di protezione. Dalla sfida antisfascista, di cui Federico è un portabandiera e ne ha parlato, alla platea riunita a Cortona, fino al tema europeo con uno sguardo alle prossime elezioni continentali, le prime dopo la Brexit.
 
Onorevole Sereni come si è creata tanta distanza tra la gente e il Partito Democratico?

«Tanti fattori hanno influito nel corso di questi anni. Ne indico due che a me sembrano i più importanti, quelli sui quali è necessario intervenire, cambiare.
Il primo riguarda il profilo ideale, culturale, politico del nostro partito. Come altre forze progressiste nei paesi sviluppati abbiamo dato una lettura eccessivamente ottimista della globalizzazione e dei mutamenti che essa stava producendo. È vero, grazie alla globalizzazione economica miliardi di persone nel mondo sono uscite dalla povertà e le nuove tecnologie offrono opportunità prima inimmaginabili. Però, allo stesso tempo, sono cresciute le diseguaglianze all’interno dei singoli paesi, si sono impoveriti i ceti medi, sono aumentati l’inquietudine e il senso di insicurezza di vasti strati di popolazione. Non solo, la dimensione globale della finanza e dei mercati ha reso evidente la debolezza, a volte l’impotenza, della politica e delle istituzioni democratiche su scala nazionale. A questa crisi della democrazia rappresentativa le destre stanno dando una risposta in termini di chiusura nazionalista e sovranista mentre servirebbe sempre di più una risposta multilaterale e sovranazionale efficace. Le conseguenze dei mutamenti climatici – solo per fare un esempio – sono drammatiche e non potranno avere alcuna soluzione se non sulla base di scelte che impegnino l’insieme della comunità internazionale. Di fronte a questi mutamenti epocali il Pd – al pari di altre forze progressiste – si è reso conto troppo tardi della crescente domanda di protezione e nella nostra azione di governo abbiamo “narrato” soprattutto la ripresa, pensando che la crisi fosse alle nostre spalle, abbiamo parlato di più ai “vincenti” che non ai “perdenti” della globalizzazione, abbiamo dato l’impressione che il nostro riformismo cercasse le “compatibilità” con il liberismo piuttosto che nuove strade per coniugare crescita ed equità. Ora mi sembra che in gran parte del nostro partito questa consapevolezza si sia fatta strada e credo che il congresso possa essere un momento per far avanzare una piattaforma nuova. Al Forum di Milano abbiamo parlato di riformismo e radicalità Zingaretti dice economia giusta e sostenibilità, gli obiettivi dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite e l’elaborazione di molti studiosi sull’economia civile e sulla generatività mi sembra stiano diventando sempre più patrimonio di una grande parte del PD. Spero che il congresso faccia diventare queste idee il cuore dell’alternativa. La Lega investe sulle paure, il M5S sulla rabbia. Le contraddizioni e la debolezza di questa alleanza, non a caso, esplodono di fronte alle scelte concrete che riguardano la qualità dello sviluppo nel suo rapporto con l’ambiente (Ilva, Tap, Tav, infrastrutture, condono edilizio) e con la lotta alle diseguaglianze (il reddito di cittadinanza contro il Rei, le pensioni a chi lavora contro il futuro dei giovani…). Noi possiamo offrire un impianto nuovo, che guarda oltre la nostra stessa esperienza di governo, e che mostri agli italiani che ci siamo, che abbiamo capito le ragioni della loro presa di distanza da noi, che siamo pronti a cambiare».

 
Il secondo fattore…
«Il secondo terreno riguarda la presenza organizzata del partito nei territori e un po’ la nostra stessa idea della politica. Abbiamo fatto nascere il PD con le primarie, immaginando un partito capace di aprirsi alla società e di innervare la sua azione politica attraverso la partecipazione diretta dei cittadini-elettori. Questa scommessa si è via via persa, lasciando tra l’altro scorie e divisioni sul territorio spesso al di là e oltre il pluralismo delle idee. La ricerca e la sperimentazione di una nuova forma partito non è stata perseguita davvero. Anzi, soprattutto negli ultimi anni, è prevalsa l’idea che fosse sufficiente avere una leadership forte e che avere un partito organizzato non fosse tutto sommato indispensabile. Sono convinta per questo che uno dei temi del prossimo congresso debba essere proprio sull’idea di partito, su come possiamo tornare ad essere “tra la gente” in maniera organizzata e aperta, unendo presenza sul territorio e presenza nella rete. Qui c’è proprio una sfida cruciale sull’innovazione».  
 

Per rinnovare il partito servirebbe cambiare nome e simbolo? 
«Non cambierei il nome ma la forma sì. Dopo questa prima fase della vita del PD, e di fronte ad uno scenario politico molto cambiato rispetto al 2008, credo sia giusto interrogarsi se dobbiamo essere un partito che si allea con altri partiti oppure se non si debba sperimentare una forma di partito-coalizione, o di partito federato in cui ci si può stare come individui ma anche come gruppi, associazioni, liste civiche. Ecco mi piacerebbe che il prossimo segretario potesse aprire su questo una riflessione e dunque spero se ne cominci a parlare durante il congresso, anche guardando alla composizione delle prossime liste per le Elezioni Europee. Si potrebbe partire da qui per cominciare a sperimentare un luogo più ampio e articolato del PD». 

 

 

Crede nel valore aggiunto che da una leadership forte? 
«Siamo nell’epoca della personalizzazione della politica e della ricerca di “uomini forti”. Tuttavia ci sono anche segnali in controtendenza. La popolarità di Paolo Gentiloni dopo la forte personalità di Renzi sembra indicare una significativa simpatia per leader meno irruenti, più riflessivi, più propensi all’ascolto e al dialogo. Oppure pensiamo alle figure emergenti, molte tra l’altro femminili, tra i Verdi tedeschi o i Democratici americani. Radicali, giovani, ma molto distanti dall’immaginario del leader forte e solitario». 
 
Per recuperare parte del consenso perso vorrebbe un PD più populista?
«No, vorrei un Partito Democratico più popolare, più vicino alle persone comuni, nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Nel recente passato, credo, ci siamo illusi che si potesse adottare una sorta di  “populismo istituzionale” ma così abbiamo finito per sdoganare gli argomenti delle forze populiste e sovraniste. E alla fine l’elettore, abituato agli slogan che parlano alla pancia, ha finito per scegliere l’originale». 
 
Secondo lei quali dovrebbero essere i temi centrali nell’agenda politica di un grande partito riformista?
«Prenderei l’agenda 2030 delle Nazioni Unite e la trasformerei in un progetto politico: lì ci sono ideali e concretezza insieme, con cui possiamo parlare ai giovani e farli tornare ad appassionarsi alla politica». 
 
Con innòva da tre anni a Reggio Emilia parliamo di innovazione, cosa significa per lei questa parola? 
«Vuol dire apertura mentale, creatività, capacità di fare squadra in ogni ambito della vita sociale, economica, politica. Per me oggi vuol dire ripartire dalla persona, da ogni persona e scoprire i talenti di ognuna». 
 
La nostra generazione ha vissuto pienamente l’Europa, ma in politica spesso viene vista come un nemico. Secondo lei l’Europa può veramente essere più di una convenzione economica? 
«Dipende dagli Stati nazionali, e dunque da ogni cittadino. Purtroppo sono stati fatti errori, accumulati ritardi e oggi molti cittadini europei sono diventati euroscettici perché non si sono sentiti abbastanza protetti. Eppure la costruzione europea è una storia di successo, un luogo di pace e di diritti come poche altre parti del mondo. Bisogna cambiarla, fare grandi progetti sociali in particolare per i giovani, rafforzare molto la sua architettura istituzionale e politica. Ma oggi c’è chi vuole distruggere l’Unione Europea e sarebbe una catastrofe, ogni paese da solo sarebbe molto più debole». 
 
Si sente cittadina europea?
«Sì, assolutamente». 
 
Come si immagina l’Europa del 2038?
«Non lo so. Mi piacerebbe rispondere che avremo gli Stati Uniti d’Europa. Credo che questa prospettiva debba essere rilanciata oggi, proprio di fronte ad un attacco senza precedenti delle forze sovraniste ed estremiste. È una battaglia che deve coinvolgere i cittadini dal basso, non la possiamo fare solo dentro le istituzioni. Dobbiamo mobilitare intellettuali, imprenditori, sindacati, studenti, associazioni. Per cambiare l’Europa che c’è è necessario opporsi alle forze che vogliono solo indebolirla e distruggerla. 
Il bisogno di cambiare e rinnovarsi, la necessità di non abbandonare quelle battaglie forti e giuste che molti ritengono perse come la visione di un’Europa veramente unita, l’urgenza di non lasciare i temi più cari alla gente al solo storytelling populista. Il tutto non dimenticando da dove e come si è arrivati, ma capire gli errori commessi e dove bisogna crescere». 
 
In questa chiacchierata Marina Sereni ha elencato in maniera costruttiva i punti fondamentali per la costruzione di un’alternativa credibile a quello che – anche su questo blog – ho descritto come sfascismo interpretato dalle attuali forze di Governo in Italia (Lega e Movimento5Stelle). Fondazione Ora ringrazia caldamente per il contributo con l’auspicio che questa intervista diventi un’occasione di approfondimento e confronto. Questa è l’unica strada per crescere e per produrre innovazione, perché innovazione come ci ha detto la Sereni «vuol dire ripartire dalla persona, da ogni persona e scoprire i talenti di ognuna».


Commenta... oppure


torna su

Agenda

DoLuMaMeGiVeSa
1
23 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31

Nuovi italiani

Rassegna stampa