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Padoan: è un amaro risveglio alla realtà, temo che la situazione vada fuori controllo

04 Novembre 2018

Intervista di Avvenire all’ex ministro dell’Economia di Eugenio Fatigante


Malgrado i risultati positivi dello stress test per le banche, la situazione resta preoccupante. Il livello dello spread è insostenibile nel medio-lungo periodo. E la legge di Bilancio, e il modo in cui la si sta elaborando, alimenta il rischio: ha una forte componente di crescita del debito pubblico e non produce nuova crescita». Da ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, oggi deputato Pd, scruta con allarmismo crescente le continue frizioni nella maggioranza.

Cosa la preoccupa di più?

Le misure varate non stimolano la domanda. E poi, come ha scritto Olivier Blanchard, l’ex capo economista del Fmi, l’effetto del caro-spread, che è depressivo sulla crescita, annullerà quasi totalmente gli effetti espansivi del maggior deficit. Avremo più incertezze e non avremo più crescita.

Renzi dice che «presto torneranno i tecnici».

Chi ci sarà a governare fra un po’, non lo riesco a prevedere. Certo la conflittualità dentro il governo non fa ben sperare, anche perché il grado elevato di liti, per di più ancora in assenza di scelte effettive, deprime le aspettative. Non a caso il ritorno del Pii a una crescita zero ha a che fare con la congiuntura internazionale, ma anche con un forte rallentamento degli investimenti.

Ma non è una sorpresa, relativa, che lo spread non sia oggi nettamente sopra quota 300 e che le agenzie di rating non ci abbiano declassato?

E triste accontentarsi di uno spread a 300, se si pensa che era a 120 punti a marzo. Anche perché un tale livello sostenuto nel tempo ha effetti pesanti sul costo del finanziamento per famiglie e imprese. Mi pare che i giudizi delle agenzie e l’atteggiamento di attesa dei mercati siano analoghi al clima di prima dell’estate. Il governo continua però a mandare segnali d’incertezza. Come su reddito di cittadinanza e quota 100: essersi limitati ad appostare gli stanziamenti significa che i provvedimenti veri e propri non sono ancora stati decisi. Se fossero già definiti, perché non metterli subito nella legge?

C’è chi sostiene però che il deficit sia un problema a metà,dato che non si riuscirà a spendere nel 2019 tutti i 16 miliardi previsti.

Ma se non si spende quanto stanziato, si avrà comunque un effetto meno espansivo sulla crescita. E il risultato finale sarebbe il combinato disposto di un deficit minore e anche di una minor crescita. Peraltro c’è pure chi dice che, vista l’ambizione delle misure promesse, il 2,4% è un valore anche troppo basso.

Un eventuale anticipo della procedura d’infrazione entro novembre non sarebbe un altro autogol da parte Ue a favore dei giallo-verdi?

Leggo che ci sarebbe un giudizio dell’Ue sul vecchio governo e non sul nuovo. Questa è una storia che ha del paradossale. Il governo ha un atteggiamento conflittuale con l’Europa ed è su questo che si sono sviluppati i fatti che tutti conosciamo. Tirare in ballo il vecchio esecutivo sarebbe scorretto e fuorviante, e mi limito a questo. Con un Paese ad alto debito come il nostro, la Commissione Ue può sempre avviare una procedura sul debito e non sul deficit. In passato non è avvenuto perché venivano tenuti in considerazione i “fattori rilevanti” indicati a giustificazione. Il tentativo di scaricare su altri è patetico.

Ma sarebbe un autogol o no per l’Ue?

È un fatto che il governo giallo-verde ha sempre cercato il conflitto con Bruxelles e anche con la Bce proprio per poter dire, in un clima di campagna elettorale permanente, “noi vogliamo fare delle cose e l’Ue ce lo impedisce”. Questo atteggiamento danneggia il Paese. E anche in Parlamento c’è una linea di totale chiusura verso le opposizioni.

Anche i risparmiatori sono arrabbiati.

È facile promettere tutto a tutti. Quando si rendono conto di cosa significa governare e di quali sono i margini, i politici oggi al governo improvvisamente aprono gli occhi alla realtà. Il Pd ha sempre fatto azioni che, compatibilmente con le regole Ue, prevedessero il massimo di ristoro per i risparmiatori. Che è stato limitato non tanto dalle risorse, quanto dalla possibilità di poter dimostrare che sono stati oggetto di un comportamento poco trasparente delle banche. È per tutti un amaro risveglio alla realtà.

Non la rassicura che Di Maio e Salvini abbiano ribadito di non voler uscire dall’euro?

Bontà loro, è il minimo che si possa fare se si vuol evitare uno spread sopra 400. Questo va bene finché le scelte di politica economica sono coerenti con le affermazioni. Dico solamente che ci sono esponenti del governo e della maggioranza che continuano a pensare che l’Italia starebbe meglio fuori dall’euro. Uno scenario assolutamente da respingere. Non mi basta che lo si dica, quando poi si pensa che – se saremo costretti a scelte impopolari – allora dovremo uscire dall’Europa.

Non salva proprio niente di questo governo?

Stando alle prime bozze, salverei alcune norme che portano avanti scelte fatte dai governi precedenti, a partire da Industria 4.0. Come, ammesso che siano effettivamente aumentate, le risorse a disposizione degli investimenti, anche in termini di migliorie dei meccanismi di spesa.

Cosa pensa del reddito di “reinserimento al lavoro”, come lo chiama Salvini?

È una differenza semantica rilevante, che pesa. Su questa misura fantomatica la manovra posta ben 9 miliardi, senza capire ancora il come. Finora si palleggiano l’idea che sia una misura di sostegno ai nuclei più bisognosi o di sostegno alla ricerca dell’occupazione, ma non è la stessa cosa.

Dia un consiglio al ministro Tria.

Ho provato a dargliene un paio. Primo: qui non si tratta di decidere se il deficit 2019 sia al 2,4 piuttosto che un altro numero, ma di vedere se l’Italia vuole ritornare o no sul sentiero di convergenza verso il pareggio di bilancio. È questa la vera questione dirimente con l’Ue. Nella proposta che io ho avanzato, con altri colleghi del Pd, pur con un deficit al 2,1%, più alto di quello concordato, questo percorso lo si riprende. Secondo, le risorse vanno usate soprattutto per un paio di scopi: non un taglio delle tasse finto – in questa manovra c’è solo per alcuni gruppi -, ma uno senza tanti distinguo, a esempio con l’eliminazione totale dell’Irap. E un ammontare di risorse nel triennio per rendere universale l’assegno per le famiglie.

Ai governi in cui lei era ministro si imputa il fatto di non aver inciso di più sul debito.

Intanto il rapporto debito/Pil, stando agli ultimi dati Istat, è sceso dal 2015. Di uno 0,2% l’anno, cifra molto piccola, ma è sceso. Si può sempre fare di più, ma non va scordato che noi venivamo da una recessione molto profonda e che ora l’Italia rischia di tornarci. Non voglio giustificare i nostri risultati, sui quali scontiamo anche l’errore di aver prestato troppa poca attenzione agli “esclusi”. Sto solo dicendo che il governo attuale dovrebbe prima stare attento a non distruggere quel che di buono è stato fatto.

Qual è il suo maggior timore?

Che la situazione vada fuori controllo. Che tutto venga distrutto per una scarsa propensione al governo, un’assenza di visione sul lungo periodo e una conflittualità esplicita. La loro visione? La voglio ancora vedere. Per ora vedo solo un mix di spesa in deficit, in un Paese già ad alto debito, e di misure raffazzonate.


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