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Franco Mirabelli su Democratica: restiamo umani, quelle vite meritano rispetto

13 Giugno 2018

La vicenda della nave Acquarius ci riguarda tutti. Ma in tanti hanno preferito spostare lo sguardo altrove

 

In queste giornate complicate mi è spesso capitato di pensare alle giuste proteste dei nostri pendolari costretti a viaggiare in condizioni disagiate, stretti in ambienti o troppo freddi o troppo caldi. Migliaia di persone che sopportano disagi per due o tre ore della propria giornata, quelle dedicate agli spostamenti.

Ricordo anche le proteste negli aeroporti, gli assalti ai banchi delle compagnie aeree da parte di chi, nelle giornate di sciopero o in quelle in cui i voli subiscono ritardi per il maltempo, vedeva il proprio volo posticipito di due ore o cancellato ed era costretto a bivaccare in aeroporto e a passare lì la notte. A poco servono, in quei casi, l’aria condizionata, i bagni funzionanti o i bar aperti per rifocillarsi.

E penso anche, è cronaca di pochi mesi fa, alla neve che ha bloccato molti treni treni per ore rendendo faticoso e, a volte, drammatico, il viaggio di tante persone costrette, non solo a subire le conseguenze di ritardi enormi, ma anche a passare molte ore al freddo.

Ognuno di noi pretende, giustamente, di non dover subire disagi, e considera inaccettabile viaggiare in condizioni che spesso ‘ci piace’ definire disumane e spesso lo sono, per i nostri standard di vita, per le nostre abitudini, per quelli che riteniamo siano i limiti insuperabili di sopportazione. Di fronte a eventi come quelli raccontati e vissuti ognuno di noi si indigna per i disservizi e si lamenta contro il destino quando i disagi non dipendono da errori umani.  In ogni caso tutti ci sentiamo sempre solidali con chi soffre e ci scandalizziamo se queste persone vengono lasciate sole e prive di assistenza.

Tutto giusto. Tutto normale. Ciò che mi colpisce però è che questa stessa solidarietà e questa stessa indignazione non scattino di fronte a vicende come quella della nave Acquarius, di fronte a 650 persone, comprese donne e bambini, lasciate per giorni sul ponte di una nave ad aspettare, impotenti, che succeda qualcosa, stremati da viaggi e violenze e in una condizione igienico-sanitaria preoccupante.

Non voglio affrontare qui il nodo di come si governa un fenomeno come quello migratorio (con cui dovremo convivere per molti anni ancora), nè entrare nel merito di scelte, come quella di chiudere i porti italiani a quella nave, che assumono più un valore simbolico e propagandistico piuttosto che prefigurare una soluzione. E non voglio nemmeno assolvere l’Europa che ha la responsabilità grande di non assumersi in solido la responsabilità di accogliere i richiedenti asilo in tutti i Paesi.

Quello che mi ha colpito è che tutto ciò, dalle decisioni alla propaganda, fino alla discussione sul da farsi, siano state fatte a prescindere dalla vita di quelle 650 persone, lasciate in mezzo al mare per giorni. L’opinione pubblica, che si dimostra giustamente tanto sensibile di fronte ai disagi dei nostri lavoratori o di tanti viaggiatori, non ha vissuto con la stessa indignazione e solidarietà la vicenda dell’Aquarius. In tanti hanno preferito spostare lo sguardo altrove: sulla politica internazionale, sulle responsabilità di Malta o dell’Europa, plaudire alla decisione di mostrare la faccia feroce, affrontare i grandi scenari demografici. Ma quelle persone, quelle donne e quei bambini, non meritano attenzione, solidarietà, cura di un pendolare, di un lavoratore che prende un treno o di un manager fermo in un aeroporto?

“Restiamo umani” scriveva qualcuno. Temo che se si continua a pensare all’umanità come ad un sentimento e ad un sistema di diritti e libertà di cui può godere solo chi è più fortunato e non, al contrario, come ad una condizione basilare di vita e di cittadinanza valida per tutti che ci ‘deve’ imporre di aiutare chi ha più bisogno, si rischia di rompere qualcosa, di costruire, sulle paure, un mondo più ingiusto e meno sicuro per tutti.


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