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La mafia in Brianza, Mirabelli: negare il fenomeno è come farsi complici della ‘ndrangheta - intervista de La Provincia

30 Settembre 2017

«C’è una parte della politica che ancora oggi, dopo l’ennesima inchiesta sulla presenza della ‘ndrangheta al Nord, fa fatica ad ammettere che il fenomeno esiste. Questo negazionismo è pericoloso, se non addirittura rischia di essere complice di una penetrazione sempre più capillare e radicata della criminalità organizzata nel nostro territorio». Franco Mirabelli, senatore, Capogruppo PD in Commissione Parlamentare Antimafia, affronta il nodo dei rapporti tra politica e ‘ndrangheta, come è emerso dall’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e della Procura di Monza.
Per quanto riguarda Cantù, i mafiosi controllavano il cuore della città, piazza Garibaldi, anche con modalità violente.
«Sì, e ciò dimostra che la “locale” di Mariano Comense, nonostante i tanti arresti che si sono succeduti nel corso degli anni, è viva e vegeta e ha la capacità di intervenire molto significativamente, utilizzando metodi che altrove, al Nord, non impiega. Non è una mafia che si nasconde e questo vuol dire che si sente forte. Intimorisce e non ha problemi a usare violenza, mostrando capacità di radicamento sul territorio, di controllare i pubblici esercizi e di costruire un clima di paura a cui pochi si sottraggono».
Perché i commercianti non denunciano più?
«Purtroppo questo è uno dei problemi che si sta diffondendo sempre più anche qui al Nord. Da questa inchiesta emergono omertà significative e convenienze, mischiate a paura, che spingono a non contrastare e a non denunciare. Chi lo fa viene messo ai margini».
Nando Dalla Chiesa, esortando la politica a far piazza pulita delle mafie in Regione, ha bacchettato chi fa i proclami contro i migranti ma dimentica la mafia.
«E’ giusto. Il pericolo in Lombardia per la convivenza delle nostre comunità non viene dai migranti ma dalle mafie, dalla ‘ndrangheta in particolare, che ha dimostrato di saper condizionare la vita delle comunità locali, di potersi infiltrare nella società civile e di inquinare l’economia legale, con il risultato in definitiva di impoverire tutto il territorio».
Il parlamentare della Lega Nord Nicola Molteni ha investito del tema la Commissione Antimafia, invitando anche il Ministro dell’Interno ad occuparsi di quanto è avvenuto nel canturino.
«Sì, certo. Peccato che qui, invece, nessuno si è accorto di una situazione che era palese, con i frequenti blitz punitivi nei pubblici esercizi, i pestaggi e le intimidazioni, che avvenivano praticamente sotto gli occhi di tutti».
L’Assessore ai Servizi Sociali di Cantù Alessandro Brianza ha cercato di ridimensionare questo fenomeno legato in particolare ai “mercoledrink”, e parla di semplici episodi di parabullismo mafioso. Cantù, dice, non è Gomorra.
«Macché. Io sono stato a Mariano Comense, sono venuto a Cantù. E posso dire con tutta tranquillità che qui l’insediamento della ‘ndrangheta è molto forte e radicato. Questo negazionismo è pericoloso, quando non rischia di essere complice dell’affermazione della criminalità organizzata. Bisogna, invece, prendere atto che la ‘ndrangheta esiste e che bisogna combatterla con tutti i mezzi possibili».
Ma se i commercianti non denunciano e i politici negano, con quali strumenti si combattono le mafie al Nord?
«E’ proprio il tema cruciale che esce da questa inchiesta. Da una parte abbiamo organi dello Stato, Magistratura e Forze dell’Ordine, che fanno il proprio dovere, portando avanti indagini difficili e scoperchiando le infiltrazioni mafiose sul territorio. E dall’altra parte abbiamo, invece, una parte della politica che ancora fa fatica ad ammettere ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti. Teniamo conto che solo dieci anni fa, purtroppo, anche l’allora Prefetto di Milano diceva che la mafia non esiste».
E, quindi, come possono i cittadini difendersi da questo fenomeno criminale?
«Io dico che è venuto il momento per tutti di smetterla di girarsi dall’altra parte o di far finta di niente. Bisogna, invece, collaborare con le Forze dell’Ordine, non avere paura a denunciare. E poi bisogna lavorare ancora molto per diffondere una sensibilità e una cultura della legalità».


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