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Pinotti: Siria, non c’è pace senza Usa e Russia - intervista de Il Mattino al Ministro della Difesa

13 Aprile 2017

Il ministro Pinotti: Assad non è il futuro, ma oggi c’è e bisogna tenerne conto.

Un forum nella redazione del Mattino nei giorni caldi della guerra in Siria, della tensione con la Corea del Nord e dello scontro tra Usa e Russia. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti affronta i temi internazionali e conferma: «In Siria non c`è pace senza Usa e Russia». E aggiunge: Assad non è il futuro ma oggi c`è e bisogna tenerne conto». Poi spiega che «il nuovo hub Nato di Napoli sarà centrale nella lotta ai terroristi e per la sicurezza nel Mediterraneo.

 

Ministro Pinotti, la situazione in Siria si è fatta incandescente. Il presidente americano Donald Trump ha definito Assad «animale malvagio» e ha rinfacciato alla Russia di sostenere il «diavolo». Come valuta quanto sta accadendo?
«Rivendico una scelta fatta ai tempi del governo Letta, quando era ministro degli Esteri Emma Bonino, e cioè il fatto che l`Italia non si sia coinvolta nello scenario siriano, e non perchè non ci sentiamo coinvolti nella lotta al terrorismo. In Iraq, dopo gli Stati Uniti, abbiamo il contingente più numeroso e dunque l`impegno contro il terrorismo ci vede in prima linea. Ma in Siria, da subito, ci è sembrato che si andassero a combattere contemporaneamente due battaglie e che l`incrocio tra queste due battaglie avrebbe portato a un disastro. Si parla di quasi 400mila morti. Da un lato, certamente, condividiamo l`obiettivo della sconfitta dell`Isis e del Califfato in Siria; dall`altro vi è una guerra civile tra i ribelli e Assad che fino ad ora non ha prodotto esiti. Sostanzialmente, la vittima di queste guerre è il popolo siriano, che conta moltissimi morti e molti rifugiati. Solo in Libano, ad esempio, vi sono un milione e mezzo di profughi».

 

Gli Stati Uniti pongono in maniera chiara il tema della destituzione di Assad.
«Sembrava che l`America volesse uscire dallo scenario mediorientale dando quasi una sorta di appannaggio alla Russia di quell`area. Poi Trump ha mutato atteggiamento rispetto alla linea avuta in campagna elettorale e di fatto, decidendo
l`intervento in Siria, fa capire che non è vero che lo scenario mediorientale non gli interessa e che non è vero che quello scenario riguarda solo la Russia. Per stabilizzare la Siria occorre un accordo tra Russia e Usa. Per quanto riguarda la posizione di Assad i Paesi europei hanno sempre sostenuto che non può essere il futuro della Siria, ma in questo momento Assad c`è e occorre tenerne conto, come sostiene anche il segretario di Stato americano».

 

Assad teneva comunque in piedi un equilibrio ed era impegnato nel contrasto all`Isis. Al punto che oggi c`è chi sostiene che il Califfato, che sembrava alle corde, stia riacquistando forza. C`è questa preoccupazione nelle cancellerie europee?
«Nel dibattito questa riflessione è entrata. Non dimenticando gli ultimi e i
precedenti crimini commessi nei confronti del popolo siriano, la mancanza di un
governo di Damasco può consegnare il Paese all`Isis. Mi auguro, come hanno assicurato gli americani, che non ci sia una escalation e che si preveda una road map per l`uscita da questa situazione drammatica».

 

Non crede che l`Europa sia stata un po` a guardare?
«Occorre una strategia internazionale condivisa. L`Europa deve avere una difesa comune e la capacità di intervenire. Certo, l`Europa per contare deve fare passaggi di unità e coesione più decisivi di quelli che esistono oggi sui temi della difesa e deve immaginare processi decisionali più rapidi».

 

La storia dell`Europa incapace di decidere va avanti da anni. Ma non è anche un alibi per l`Italia che invece dovrebbe avere un grande protagonismo nel Mediterraneo?
«Nel libro bianco Per la difesa e la sicurezza internazionale del Governo ho posto il tema del riposizionamento delle nostre strategie. L`Afghanistan è sì importante per le dinamiche internazionali ma noi siamo immersi nel Mediterraneo ed è qui che bisogna concentrarci in futuro. Nell`Africa del Nord e in tutto il Medioriente purtroppo si sono acuite le tensioni e si sono create situazioni ingestibili. Credo che sia importante intervenire e non è un caso che per la Libia è stato riconosciuto che sia l`Italia a dover orientare gli interventi. L`Italia conta molto, ma deve incentrare la propria azione nel mare intorno a lei e nei luoghi in cui è immersa. In alcune situazioni, come la Libia, è stato fatto. L`Iraq lo abbiamo curato. Sulla Siria ho già spiegato perchè non siamo intervenuti. Siamo presenti ancora adesso nelle missioni nei Balcani, in Kosovo, dove la missione è a guida italiana. Siamo in Libano con una presenza significativa».

 

Ma in molte aree di conflitto l`Italia è disarmata e non è pienamente operativa. Forse è per questo che non fa sentire la sua voce?
«Occorre lavorare sulla cultura della difesa perchè, a differenza della Gran Bretagna e della Francia, noi, come la Germania, abbiamo sviluppato anticorpi molto forti rispetto al tema della difesa provenendo da esperienze drammatiche. Il nostro ruolo nelle missioni all`estero non è inutile né ininfluente. In Iraq siamo sullo stesso livello degli Alleati e anche con assetti piuttosto impegnativi; i nostri militari sono molto preparati e capaci. L`unica cosa che non facciamo, a differenza di altri, è che non facciamo strike, perchè i nostri aerei fanno ricognizione e rifornimento. Questa è l`unica limitazione ed è una limitazione dovuta al fatto che l`Italia ha fatto una scelta precisa. L`uso della forza deve essere giustamente motivato. È vero che chi vuole esercitare una leadership deve anche sapersi assumere una responsabilità: se ritieni che ci siano degli obiettivi da individuare devi essere anche conseguente. Questa è la mia opinione. Ma sono rispettosa di un dibattito politico e di una sensibilità del Paese».

 

La Libia è un altro fronte caldo?
«In Libia c`è una situazione molto complicata, ma anche grazie a noi il collasso è stato evitato. Occorre però una inclusività maggiore intorno al presidente al-Sarraj. L`errore è pensare di dover costruire dall`esterno una soluzione che i libici non vogliono. Quello che sta facendo l`Italia, anche avendo riaperto l`ambasciata, risponde alla logica che a noi stanno a cuore tutti i libici. C`è un grande orgoglio nel popolo libico che va rispettato e quello che bisogna fare è aiutarlo a dissipare i contrasti presenti per ricercare una condivisione».

 

Come la mettiamo con la questione migranti?
«Nessuno immagina che sia facile fermare un flusso migratorio che sta raggiungendo numeri alti e significativi. Sappiamo che la situazione è complicata, che non si può passare da 190mila a zero in poco tempo. Ma oggi c`è una strategia, e non è solo per l`accordo con il presidente Sarraj. Daremo strumenti alla Libia per pattugliare il proprio mare. In questi ultimi due mesi la Guardia Costiera ha già fermato tantissimi mercanti di uomini. C`è anche un accordo altrettanto importante con il Niger, che è la principale strada per accedere alla Libia, per riuscire a intervenire a tutti i livelli, fornendo aiuti necessari per controllare un traffico di migranti che sono trattati come i peggiori schiavi».

 

Monsignor Mauro Cozzoli, ordinario di Teologia morale alla Pontificia Università Lateranense, intervenendo nel dibattito sulla legittima difesa ha detto che il ricorso alla forza può diventare un atto estremo ma inevitabile per mettere fine alle barbarie. È un giudizio che può valere anche di fronte alle immagini dei bambini siriani uccisi dalle bombe di Assad? Se gli Stati Uniti dovessero decidere ulteriori attacchi e chiedere il sostegno degli Alleati, l`Italia che posizione assumerebbe?
«Condivido quanto detto da monsignor Cozzoli ma condivido soprattutto quanto scritto nella nostra Costituzione. Anche io sono cattolica, ma l`articolo 11 della Costituzione ci dà indicazioni su quando e come dobbiamo agire. Bisogna restare negli ambiti della legittimità internazionale. Intanto, a me piacerebbe che sulla Siria si ripristinasse questo principio. Abbiamo ritenuto comprensibile, di fronte a quei bambini morti, l`intervento degli Stati Uniti ma la questione siriana, che
non è solo quella delle ultime drammatiche immagini, non la risolvi se non in un quadro complessivo e agli Usa oggi direi di sì a una richiesta di intervento solo nell`ambito di una legittimità internazionale».

 

La storia dice che dopo la guerra fredda c`è stato un mondo monopolare dominato dagli Usa fino a quando, dopo Busch, non si sono ritratti; poi la Russia ha preso un ruolo decisivo, anche nella lotta al terrorismo. Cosa ci aspetta oggi, dopo il nuovo interventismo americano? Una nuova guerra fredda o un nuovo mondo monopolare?
«La Russia, intanto, sa fare molto bene marketing… Il rapporto stretto tra Trump e Putin è un`invenzione mediatica dello stesso Trump. Oggi le cose stanno diversamente, ci sono molte preoccupazioni tra gliAlleati. Io mi auguro che non si alzino i toni come è successo con la presidenza Obama perché con la Russia è necessario parlare. La minaccia di oggi non è la guerra fredda, è il terrorismo internazionale, che non sarà facile sconfiggerlo e dobbiamo avere dalla nostra parte anche la Russia. Ci possono essere scambi franchi di opinione ma non abbiamo altra strada che un tavolo in cui discutere insieme. Sono felice che gli Usa abbiano cambiato linea, ma non auspico il ritorno alle tensioni. L`Italia ha lavorato e lavora per ricucire il rapporto con la Russia».

 

Il presidente della Repubblica Mattarella, in visita a Mosca, ha detto che l`Europa e la Russia devono collaborare e ha aggiunto che la questione Ucraina ha «bloccato questa collaborazione e che questo è innaturale». Il tema delle sanzioni nei confronti della Russia è una condizione sine qua non dell`Europa?
«Le sanzioni sono collegate al fatto che gli accordi di Minsk procedano al meglio. In questo momento gli accordi sono piuttosto fermi non solo per responsabilità russe ma anche ucraine. C`è un rapporto di amicizia profondo tra Italia e Russia, occorre riaprire il dialogo anche per discutere sulle sanzioni. Condivido pienamente le considerazioni fatte dal presidente Mattarella».

 

C`è un altro fronte che si è aperto in questi giorni ed è quello con la Corea del Nord. Tema una escalation preoccupante?

«Quando cominciano a suonare tamburi di guerra, in questo caso tweet di guerra, sono sempre preoccupata. Il rischio conflitto esiste, a maggior ragione con questa Corea del Nord che tra l`altro possiede l`arma atomica. Speriamo si riaccendano i fari della Cina e che l` escalation non avvenga».

 

In Europa per la difesa i nostri partner spendono più di noi. In termini di investimenti, quali sono gli obiettivi nei prossimi anni?
«Abbiamo fermato un declino del bilancio della Difesa che è andato avanti fino al 2015 e abbiamo cominciato piano piano a incrementarlo tenendo conto della situazione complessiva dell`Italia. L`impegno è di continuare. Spendiamo molto meno della Gran Bretagna e della Francia ma oggi siamo paragonabili alla Germania, che però ha un Pil superiore. Le risorse sono aumentate, tuttavia non
si deve pensare alle Forze armate come forze autonome, serve un maggiore coordinamento. La sicurezza si gestisce immaginando la difesa come un tutt`uno».

 

La base Nato di Napoli come s`iscrive in questo quadro?
«Sono molto soddisfatta per aver ottenuto l`hub per il Sud a Napoli, non era affatto scontato. Tutte le operazioni sulla sicurezza e per evitare le crisi saranno fatte qui, dando a questo comando un potere più ampio sulle cose da fare. È un risultato di cui il Paese deve essere orgoglioso. Inoltre c`è un grande progetto sulla Nunziatella: è stata proposta come una scuola della Difesa europea. La prima del genere nel Vecchio continente».

 

Parliamo del Pd. Nel suo partito tutto fa prevedere che vincerà Renzi, ma siete reduci da uno strappo. Che Pd verrà fuori dalle primarie?
«Nei congressi ci sono sempre contrapposizioni e si accende il dibattito. Se il dibattito è politico si recupera, se lo scontro è personale diventa tutto più difficile. Prevedo anche io una vittoria di Renzi ma occorre lavorarci. È stato un ottimo presidente del Consiglio che ha impresso una quantità di riforme importante ma la
costruzione di un partito va anche fatta con la collegialità. Bisogna costruire un “noi” a livello nazionale e anche a Napoli ci sarà molto da lavorare».

 

A Roma è indagato, nell`ambito dell`inchiesta Consip, con l`accusa di aver distorto le intercettazioni, un ufficiale dei carabinieri. Questa vicenda inizia con una indagine su una fuga di notizie che ha coinvolto il comandante generale dell`Arma. Lei come guarda a questa vicenda?
«Quello che sta emergendo è di una gravità inaudita. È un episodio inquietante, perdi più in un momento in cui la politica è percepita come debole. Non mi esprimo in modo definitivo perché i magistrati sono al lavoro. In questo Paese se non la smettiamo di immaginare l`avviso di garanzia come l`ultimo grado di giudizio, la barbarie civile prende il sopravvento. Il Governo ha confermato il generale Del Sette di cui abbiamo ampia fiducia. Non volevamo soggiacere a una situazione che si configurava più mediatica che altro. La scelta del Noe come nucleo per indagare è una scelta della Procura di Napoli ma non mi esprimo ulteriormente. Quello che sta emergendo è molto grave, ma prima di dare ulteriori giudizi aspettiamo l`esito delle indagini».


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